Da una birra con un amico al Duty of Diligence, una narrazione giuridica per comprendere una vicenda che ha rivoluzionato la storia del diritto.
Camminando lungo le corsie del supermercato, lancio spesso un’occhiata sulla mia lista della spesa – rigorosamente trascritta su una nota del telefono. Cerco di non lasciarmi sfuggire nulla: con il carrello impugnato tra le mani, passeggio tra gli scaffali gremiti di merende dolci o salate, di pasta e scatolame di ogni genere e marchio. Quando prendo finalmente in mano la confezione di carne rossa che cercavo, lo sguardo, ovviamente, si posa sul prezzo stampato sull’etichetta.
Ecco, ciò su cui non tutte le persone pongono la propria attenzione è il fatto che quella stessa etichetta è, in realtà, una vera e propria “carta d’identità” del nostro prodotto. Difatti, su di essa troveremo informazioni di ogni genere: dettagli sull’origine e la tracciabilità del prodotto, dati sul produttore, poi il bollo sanitario ed altro ancora… Sono tutte indicazioni la cui presenza è obbligatoria, al fine di preservare dei diritti che deteniamo in quanto consumatori.
All’interno del nostro ordinamento, tali diritti trovano fonte di tutela nel Codice del Consumo e nella Normativa Europea, prevedendo un insieme di norme volte a regolare un qualsiasi rapporto di consumo. Eppure, non sempre nel corso della Storia del diritto, queste situazioni hanno goduto di un’adeguata regolamentazione, e, anzi, come spesso accade per quei cambiamenti destinati a segnare una rivoluzione, la svolta decisiva è originata da un episodio alquanto stravagante.
Ci troviamo a Paisley – una movimentata città della Scozia, a circa 7 miglia da Glasgow -, più precisamente al Wellmeadow Café, quando May Donoghue consuma una birra al ginger acquistata da un amico: era il 26 agosto 1928 e, dopo aver bevuto metà della bibita, la signora Donoghue vede emergere dal bicchiere alcuni resti decomposti di una lumaca. A questo punto, la donna accusa uno stato di shock nervoso, a cui si aggiunge una grave gastroenterite.
Donoghue decide di agire in giudizio, compiendo una scelta particolarmente coraggiosa. Infatti, sia l’ordinamento giuridico scozzese che quello inglese, al tempo, non prevedevano tutela per la persona danneggiata senza che costituisse una parte all’interno del contratto: cioè, soltanto se avesse acquistato personalmente la birra, a May Donoghue sarebbe spettata un’azione per far valere il pregiudizio subìto (da intentare contro il venditore).
Partendo da questo presupposto, prese piede l’originale strategia perseguita da Walter Leechman, avvocato della signora, secondo il quale sussisteva un obbligo giuridico in capo al produttore della bibita, di nome David Stevenson, di impedire che si verificassero tali incidenti, perlomeno applicando un efficiente sistema di ispezione della merce: in altre parole un “dovere di diligenza” (ossia Duty of Care). La vicenda, ben presto, si trascinò lungo i vari gradi di giudizio: se in prima istanza il giudice Lord Moncrieff diede ragione a Donoghue, al procedimento d’appello la Court of Sessions ribaltò la sentenza, ritenendo che, in assenza di un contratto, non le spettasse alcun risarcimento.
Dunque, nel dicembre 1931, la questione approda alla Camera dei Lords (House of Lords). Tale procedimento di ultima istanza prevedeva, innanzitutto, che gli avvocati delle due parti esponessero le proprie argomentazioni. Poi, a seguito dell’udienza, i cinque Lords si sarebbero ritirati in una fase di deliberazione, un periodo di riflessione durante il quale avrebbero trascritto e confrontato le proprie opinioni sul caso: si noti che, in questa sede, ai giudici spettasse esprimersi esclusivamente sulla questione di diritto, perciò valutare se i fatti sostenuti dall’accusa fossero meritevoli di tutela giuridica, e rinviando, soltanto in tal caso, ad un tribunale inferiore la qualifica di accertare la presenza di tali fatti.
La sentenza fu emanata il 26 maggio 1932, una data storica in cui i Lords tornarono in aula per riferire i propri speeches (il giudizio personale formalizzato in un discorso). In questa occasione si sarebbero contrapposte le argomentazioni di Lord Buckmaster e Lord Atkin, due tra le più eminenti personalità che la giurisprudenza inglese abbia mai conosciuto.
Il primo dei Lords a parlare fu Stanley Owen Buckmaster, in forza della propria anzianità di grado. Il suo discorso inizia così: «Miei Lords i fatti di questo caso sono semplici…». Dopodiché, egli prosegue rammentando il ruolo cruciale rivestito da un precedente all’interno del sistema giuridico inglese del common law. Cita, dunque, la vicenda Winterbottom v Wright, in cui la vittima denunciava la rottura di una carrozza dovuta alla negligenza del costruttore: a detta di Buckmaster, affiora la necessità di non concedere alcuna responsabilità al di fuori dell’ambito contrattuale, quantomeno per evitare esiti sproporzionati dall’estensione della possibilità di azione.
Ad una differente lettura si prestava Lord Richard Atkin, uomo di profonda sensibilità sociale, che spinse per una riconsiderazione del principio di responsabilità. Tale rilettura si fonda, essenzialmente, su un principio di etica, intesa come un sentimento comune che, una volta offeso, implica la perseguibilità del trasgressore. Rievocando la tradizione sulla materia, Atkin non manca di rimarcare “una grave lacuna legislativa”. E, per scongiurare il rischio di previsioni smisurate, arriva a suggerire il cosiddetto “principio del vicino” (Neighbour Principle) che stabilisce il dovere di diligenza nei confronti delle presone direttamente colpite dall’azione pregiudizievole.La sentenza proclamò la vittoria della corrente di Atkin, per una maggioranza di 3 voti a 2: allo stratificato sistema del common law veniva integrata la fattispecie di Tort of Negligence (illecito di negligenza). L’effettiva ricorrenza di quest’ultima, però, non fu mai verificata per il caso Donoghue v Stevenson, poiché la signora Donoghue, ormai in uno stato di grave povertà, non intentò mai la decisiva azione di accertamento, lasciando irrisolto il dilemma della lumaca nel bicchiere.