Università e Innovazione: un gioco senza regole


Ricordate quando a sei anni vi lasciavano vincere a tombola perché eravate “il piccolo o la piccola di casa”? Quella è stata la sensazione di molti studenti quando ChatGPT entrò nelle loro vite: sapere di vincere ancor prima di giocare. Ma dovrebbe davvero essere questo il rapporto tra educazione e innovazione?  

L’università oggi non può più solo insegnare abilità tecniche. Saper impiantare un pacemaker o calcolare quanti dipendenti assumere è inutile se il mondo è imprevedibile. Se pensiamo all’educazione come a una tombola, la tecnologia non ha solo cambiato le regole del gioco — le ha cancellate. Ma se l’università non serve ad imparare cose, allora a cosa serve?

L’università serve ad imparare a pensare. Pensare è l’unico modo per battere vostra zia quando urla “tombola!” prima che qualcuno abbia fatto quaterna. Se le regole non esistono più, l’unica strategia è prepararsi a qualsiasi regola, pensando, partita per partita, alla soluzione migliore. Questo non è semplice. Ma se non è l’università il posto per impararlo, allora quale lo è?      

Forti di questa convinzione, noi autori di questo articolo abbiamo deciso di condividere le nostre brevi esperienze universitarie per chiarire cosa intendiamo con “imparare a pensare.”

Ludovica e pensare la medicina   

Mi chiamo Ludovica Costantini e quando a Natale mi lasciavano vincere a tombola era tutto più semplice. Ora non è più così. Crescendo, ho capito che il gioco diventa bello solo quando nessuno ti spiana la strada, tu devi metterci testa e un po’ di fortuna ti aiuta. Forse anche per questo, quando è arrivato il momento di scegliere l’università, ho deciso di iscrivermi a Medicina e Chirurgia a indirizzo tecnologico presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore: un percorso che non concede scorciatoie e che richiede da subito di entrare dentro l’innovazione invece di guardarla da lontano.

MedTech è un nuovo corso nato per formare professionisti capaci di muoversi tra la scienza medica e le nuove tecnologie. I miei studi uniscono le materie cardine della Medicina con quelle dell’ingegneria biomedica: due discipline diverse eppure destinate a incontrarsi sempre di più. Il medico del futuro dovrà infatti possedere entrambe, e riconoscere che invece di essere nemica, l’innovazione è un alleato.

Soprattutto all’inizio, MedTech ha poco a che vedere con la medicina canonica. I primi esami sono solo Fisica, Fisica applicata, Analisi matematica e Chimica — un ingresso inaspettato per chi si immaginava camici bianchi e manuali di Anatomia. Solo dal secondo semestre inizia ad assomigliare a quello che tutti associamo alla medicina: Biologia, Anatomia e i vetrini di Istologia che ti fanno sentire medico dentro.

Così, il mio primo semestre di università mi ha insegnato che MedTech non è solo un corso per il futuro; è anche un percorso per il presente. Permette, infatti, di unire studio e pratica, osservando come funzionano le cose nella vita di tutti i giorni, specialmente dove meno te l’aspetti. Si inizia a pensare, ragionare e applicare. 

Ma proprio perché sono solo all’inizio, ho chiesto più informazioni al Professore Marco De Spirito, docente di Fisica e coordinatore del percorso MedTech presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Alla mia domanda su perché i medici debbano valorizzare l’innovazione invece di temerla, il professor De Spirito ha sottolineato il ruolo fondante che essa giocherà: “l’innovazione rappresenta una leva strutturale per il futuro della professione medica, non un fattore di destabilizzazione.”

Come spiega De Spirito, la medicina e la tecnologia hanno sempre camminato mano nella mano: ciò che inizialmente appare come una rottura diventa poi parte integrante dell’identità stessa del medico. Oggi, infatti, la tecnologia non sostituisce il medico, ma ne amplia le capacità, automatizzando ciò che è ripetitivo e lasciando spazio a ciò che non è delegabile: interpretazione critica, responsabilità decisionale e relazione con il paziente.

In questo senso, la formazione diventa centrale. Comprendere i principi, i limiti e le implicazioni etiche dell’innovazione non indebolisce il medico, ma lo rafforza. Ed è proprio questo che sto iniziando a capire nel mio percorso: MedTech non insegna solo nuove competenze; insegna un modo diverso di pensare la medicina.

Luca e pensare la società     

Mi chiamo Luca Gragnoli e sono uno studente del primo anno a Duke University, Stati Uniti. Mi sto laureando in Economia e Matematica, con una specializzazione in Statistica. Sebbene sia il più talentuoso tomboliere che si sia mai visto nella mia famiglia in generazioni, ho comunque deciso di prepararmi in vista del prossimo Natale e imparare a pensare.

Per me, pensare significa usare dati per risolvere problemi sociali ed economici. Vi faccio un esempio. Mettiamo che volete sapere se mangiare il pandoro rende più ricchi. Potreste misurare il reddito dei vostri familiari e le fette di pandoro che mangiano a Natale e calcolare se le due variabili sono correlate. Ahimè, così facendo non scoprite se il rapporto è davvero causale. Molti fattori contaminano questa importantissima analisi: per esempio, il nostro autocontrollo. Persone con più autocontrollo tendono ad avere più successo economico e mangiare meno pandoro.

Ed è qui che pensare svolta la partita. Immaginiamo di star studiando il rapporto tra frequentare una buona università e il reddito futuro. Mettiamo che l’ammissione all’università richieda un punteggio minimo di 80 su 100. Se consideriamo solo studenti con punteggio tra 75 e 85, questi studenti sono probabilmente simili e le loro differenze di punteggio casuali. Perciò, ogni differenza di reddito è plausibilmente dovuta all’aver frequentato quella buona università. In questo modo, questo metodo permette di pensare a come isolare l’effetto causale di una buona università (o di un buon pandoro!) sul reddito.

Di strumenti di questo tipo ce ne sono molti. Ma tutti hanno una cosa in comune — sono strumenti. Usarli bene significa saper pensare bene: alla domanda che stiamo analizzando, all’ipotesi che stiamo testando e ai dati che abbiamo. Quasi sempre, di risposte certe non ne troveremo — e anzi, le risposte cambieranno in base a chi le ricerca. E cercare oggi non significa conoscere — significa pensare.

Tombola!

Non c’è più bisogno che ci facciano vincere a tombola. Non importa se si può fare ambo con un solo numero o tombolino dopo terna. La tombola la faremo noi in ogni caso. E se al pranzo di natale insistono che ci hanno fatto vincere solo perché siamo i più piccoli, ricordategli che ai più piccoli spetta anche più pandoro.

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