Visione e metodo per il futuro dell’economia del mare.
In un contesto globale attraversato da profonde trasformazioni economiche, tecnologiche e geopolitiche, l’economia del mare continua a rappresentare per l’Italia un asset strategico di sviluppo, innovazione e competitività. Dalla formazione universitaria alle grandi imprese, passando per l’imprenditoria e le nuove generazioni, il settore marittimo si conferma uno spazio in cui visione, metodo e capacità di adattamento fanno la differenza.
Per approfondire questi temi abbiamo intervistato l’Amministratore Delegato di Costa Crociere, Mario Zanetti, attraverso un dialogo a più voci che mettono in relazione mondi ed esperienze diverse ma complementari: quella del rappresentante degli studenti nella governance dell’Università di Genova, Alessandro Agazzi, del Direttore Generale del Gruppo Antonini SpA — storica realtà metalmeccanica ligure attiva nella costruzione di piattaforme offshore e superyacht —, Walter Antonini e del laureando in Ingegneria Navale, Francesco Travi, attivo nell’azienda di famiglia Detra Srl, impegnata nel settore delle eliche su misura per diverse applicazioni. Tre coetanei, provenienti da percorsi differenti ma accomunati dall’interesse per il mare, l’impresa e le sfide dello sviluppo industriale.
Ne emerge un confronto diretto e concreto, che attraversa temi chiave come il ruolo dell’università nello sviluppo delle competenze, l’approccio ai mercati complessi – a partire dall’Asia –, la sostenibilità, l’innovazione tecnologica e il dialogo con le nuove generazioni. Un confronto che offre una visione chiara e strategica sul presente e sul futuro dell’industria crocieristica e, con essa, dell’intera economia del mare.
Lei ha studiato Economia Marittima e dei Trasporti presso l’Università di Genova: che cosa le ha davvero dato l’Università che ritiene tutt’oggi decisivo nella sua carriera professionale?
«Sicuramente il metodo di lavoro che mi ha permesso di entrare in sintonia con il mondo marittimo e con l’economia del mare grazie a un approccio tutt’altro che scontato. L’Italia è più un Paese sul mare che non un Paese di mare, seppur la geografia dica diversamente. Spesso si ricordano i suoi 8.000 chilometri di coste ma in realtà sono meno estesi rispetto a quelli di altri Paesi mediterranei come la Spagna e soprattutto la Grecia. Questo dimostra che il tema non è quanti chilometri di litorale abbiamo, ma quanto territorio insiste su ogni tratto di costa. L’Italia, infatti, tra i grandi Paesi europei, è quello con uno dei rapporti più bassi tra superficie e linea costiera: all’incirca 40 chilometri quadrati di territorio per ogni chilometro di costa. In pratica, quasi ogni area dell’Italia può essere considerata un retroporto, perché è coinvolta nelle dinamiche politiche ed economiche legate al mare. Tuttavia, questo ruolo non ha ancora il peso che realmente meriterebbe. Trent’anni fa si parlava di intermodalità e di retroterra: erano concetti molto più legati a uno studio dell’economia dei trasporti e del mare che non a temi applicativi. In quel contesto, il porto era considerato separato dall’industria. Oggi, in un Paese come il nostro, dove il 60% dei traffici commerciali avviene via mare, sia in import che in export, e dove l’economia del mare rappresenta una quota a doppia cifra del PIL con moltiplicatori molto elevati, l’aver approcciato il mondo del mare dal punto di vista economico è qualcosa che inevitabilmente mi ha accompagnato nel tempo e su cui ho costruito il mio percorso».
Come valuta oggi il sistema universitario? L’offerta formativa è in linea con le esigenze delle imprese e con le competenze attualmente richieste dal mercato del lavoro?
«Nell’economia del mare esistono indubbiamente delle eccellenze, ma in un percorso di sviluppo di questo settore — sia sul piano manageriale che tecnologico — è fondamentale puntare sull’applicazione delle nuove tecnologie, non solo hardware ma soprattutto software. L’università italiana deve muoversi in questa direzione, perché la tecnologia non può restare confinata alle sole discipline STEM.
Oggi, con l’avvento dell’intelligenza artificiale, la tecnologia è parte integrante di chiunque lavori in azienda. Di conseguenza, è necessario orientare i percorsi formativi verso modalità concrete per “scaricare a terra” i benefici che l’IA può offrire all’industria e alle imprese. Nel mio caso, in particolare, per l’economia del mare ritengo che questa sia una direzione da intraprendere anche a livello accademico: formare manager con questo tipo di approccio è ormai una necessità e rappresenta un nuovo filone dell’economia industriale.
Credo dunque che l’università italiana debba allinearsi meglio ai tempi del mercato, perché la tecnologia non consente più che didattica e business viaggino su binari temporali sfasati. In passato, con un impatto tecnologico inferiore, questo divario poteva essere colmato “on the job”; oggi lo considero sempre più difficile da superare».
“L’Asia è un mercato articolato, sia dal punto di vista culturale sia economico”, osserva Walter Antonini, Direttore Generale di Gruppo Antonini SpA che sulla base della sua esperienza personale e aziendale in Cina -maturata rispettivamente nel confronto con imprenditori ed esponenti italiani della Camera di Commercio e nel lavoro per una supply chain di supporto – ha sperimentato difficoltà ma anche spunti positivi.
Dal suo punto di vista, quali sono le principali sfide e opportunità che questo mercato ha rappresentato per lei e la sua azienda?
«Credo che il mercato cinese richieda innanzitutto apertura mentale, capacità di analisi e studio. Questo è, a mio avviso, il suo aspetto più interessante: spinge ad un approccio analitico che non riguarda solo il consumatore, ma anche i canali distributivi e le opportunità di approvvigionamento.
Tutto ciò ti costringe ad adottare una metodologia rigorosa, basata sul metodo scientifico, che poi entra stabilmente nel tuo bagaglio professionale.
È evidente che i consumatori cinesi hanno abitudini, cultura, storia e aspettative diverse rispetto ad altri mercati. Tuttavia, se affrontati con un approccio realmente costumer-centric, il processo è lo stesso che si utilizzerebbe ovunque: ciò che cambia è il tipo di ritorno che ottieni. Per questo è fondamentale osservare ciò che emerge in modo aperto, senza pregiudizi o assunzioni.
Da qui si può partire con un approccio metodico e altamente scientifico stante il complesso insieme di variabili. Nel nostro settore, quello crocieristico, la distribuzione e il mercato presentano caratteristiche particolari, perché la Cina è un Paese fortemente stratificato. Un’analisi verticale rivela differenze culturali significative in base alla città, alla regione, alla classe sociale, al background e persino al ruolo dell’imprenditore rispetto alla politica».
Il settore navale è estremamente complesso e, anche sulla base della mia esperienza imprenditoriale nella cantieristica -dice Antonini-, avverto come questa complessità pesi soprattutto sulle realtà più piccole.
Dal suo punto di vista, quali strategie può adottare un giovane imprenditore o una PMI per muoversi in mercati complessi come quello cinese? Per la mia esperienza, ritengo che fare leva sul network italiano di imprese e professionalità presenti in Cina possa essere di grande supporto alle realtà più piccole, che non dispongono di tutte le risorse internamente
«Per la mia esperienza, ritengo che fare leva sul network italiano di imprese e di professionalità presenti in Cina possa essere di grande supporto alle realtà più piccole, che non dispongono di tutte le risorse al proprio interno.
Le interfacce, sia istituzionali che economiche e sociali, rappresentate dalla comunità italiana ed europea in Cina possono dare un aiuto sostanziale: Camere di Commercio, Istituto per il Commercio Estero, autorità consolari e commerciali.
Noi italiani non siamo noti per fare leva su queste opportunità, a differenza di altri Paesi europei, spontaneamente più portati in questa direzione. Però la realtà è che queste competenze sono a disposizione di chi vuole approcciare i mercati internazionali e posso affermare che attraverso la mia esperienza e quella maturata dalla nostra azienda in Sud America, in altri Paesi Europei oltre che in Cina, l’Italia ha una rete di supporto importante e affidabile, sulla quale si può contare per avvicinarsi a mercati complessi come può essere quello cinese».
“Lei, Dott. Zanetti, è un alumno del nostro Ateneo” ricorda Alessandro Agazzi che, in ragion di ciò, da rappresentante degli studenti nell’Ateneo ligure, riconosce l’AD di Costa Crociere come una figura ispirazionale per i propri colleghi.
Ricollegandomi al suo percorso all’interno di Costa, che cosa l’ha ispirata maggiormente nel corso della sua carriera? C’è stata una figura o un contesto l’ha spinta a rimanere e a crescere all’interno del gruppo?
«In tanti anni ho avuto la fortuna di lavorare con molte persone che mi hanno ispirato, e non sempre -per fortuna- erano miei superiori. Costa è un’organizzazione importante perché raccoglie eccellenze in diversi ambiti.
Ho collaborato con manager di altissimo livello e con colleghi che mi hanno insegnato molto anche in termini di attitudine e di approccio. Ogni volta che salgo a bordo mi arricchisco osservando ciò che tanti colleghi fanno per i nostri ospiti. Più che una singola figura, direi che è stato il sistema nel suo complesso -l’azienda nella quale ho avuto la fortuna di essere immerso- a rappresentare una fonte costante di ispirazione, ma anche di aiuto e di supporto».
In questo senso va altresì sottolineato lo spirito di innovazione e la natura stessa del business di Costa. Gestire navi significa coordinare un’organizzazione complessa e fortemente orientata alle persone, dove la collaborazione è fondamentale. A questo si aggiunge una tradizione di innovazione continua e la motivazione di lavorare per creare esperienze ed emozioni, sapendo che le persone affidano all’azienda il proprio tempo libero oltre al loro investimento.
«Per quanto riguarda ciò che ha contributo alla mia fedeltà all’azienda, direi che dopo 27 anni entrano in gioco non solo i casi della vita ma anche i legami personali: con le persone, la città e soprattutto un riconoscimento che non riguarda solo quello che io ho fatto per l’azienda, ma soprattutto ciò che l’azienda ha fatto per me».
Riprendendo il concetto di “tempo libero”, Francesco Travi avverte come spesso sia limitato ma vitale anche per altri ambiti.
In questo senso, c’è qualche passione che ha coltivato al di fuori del suo percorso e che poi si è rivelata utile anche nella sua carriera professionale?
«Lo spirito sportivo è facilmente traslabile al mondo aziendale: si parte dal gioco di squadra e si arriva a principi di livello più alto legati ai valori personali, al modo di giocare e, di conseguenza, al modo di fare business.
Da questo punto di vista, lo sport rappresenta sicuramente un ottimo preludio a una partecipazione aziendale capace di generare valore per sé stessi, per l’organizzazione e, volendo, anche per i colleghi».
Abbiamo parlato del passato: cosa vede invece nel futuro di Costa?
E in che modo la compagnia intende rafforzare il proprio dialogo con le nuove generazioni?
«Il futuro di Costa è guidato dall’innovazione e dalla continua attenzione alla sostenibilità, prima di tutto ambientale. Questo significa continuare a investire in tecnologie innovative: dalla propulsione alle soluzioni interne alle navi per l’ottimizzazione energetica, fino all’impiego dell’intelligenza artificiale per supportare le decisioni operative, soprattutto a bordo, in un’ottica di efficienza ed uso responsabile delle risorse.
Sul fronte dei giovani, il nostro rapporto è già naturale: siamo tra le compagnie con l’età media più bassa nel settore. Un risultato che nasce da un percorso di innovazione del prodotto e da una costante attenzione alle aspettative e, soprattutto, alle aspirazioni dei consumatori: i passeggeri di oggi e di domani.».
Se potesse tornare indietro nel tempo e dare un consiglio a sé stesso, che cosa si direbbe?
«Mi ripeterei di godermi ogni passo del viaggio, perché tutto ciò che accade, alla fine, trova il suo senso.
Anche ciò che in certi momenti sembra non allinearsi al proprio percorso, col tempo si rivela una motivazione: basta saperlo guardare dal punto di vista giusto Anche ciò che in alcuni momenti sembra non allinearsi al proprio percorso, col tempo si rivela sempre una motivazione: bisogna saperlo guardare dal punto di vista giusto.
E mi ricorderei di vivere ogni momento appieno, perché puoi viverlo, ma non puoi riviverlo».
L’intervista a Mario Zanetti restituisce l’immagine di un’industria del mare che guarda al futuro con metodo, consapevolezza e responsabilità. Un settore in cui sostenibilità, innovazione tecnologica e centralità delle persone non sono slogan, ma leve strategiche per affrontare mercati complessi e in continua evoluzione. Dall’università all’impresa, dalla dimensione locale a quella globale, emerge una visione in cui il mare torna a essere non solo un confine geografico, ma uno spazio di opportunità economiche, culturali e professionali.
Come co-redattori e coetanei, provenienti da esperienze diverse ma complementari — quella accademica, imprenditoriale e industriale — portiamo a casa un messaggio chiaro: il futuro dell’economia del mare si costruisce investendo sul capitale umano, sul dialogo tra generazioni e sulla capacità di unire visione strategica e rigore operativo. In questo quadro, diventa decisivo anche l’uso consapevole e funzionale delle risorse di intelligenza artificiale, per sviluppare competenze più aggiornate, leggere meglio i cambiamenti e presentarsi al mercato del lavoro con strumenti adeguati alle sfide che ci attendono È in questo incontro tra competenze, curiosità e responsabilità che si gioca la sfida della leadership di domani.