Nutriamo l’Inclusione


Fare impresa per il sociale: l’esempio di Nico Acampora.

Chi si interessa di diritto saprà quanto il principio lavoristico sia cardine del nostro ordinamento repubblicano e anima della nostra Costituzione. Saprà senza dubbio anche di come quel “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” abbia rappresentato e continui a rappresentare un baluardo di dignità e di dovuto riconoscimento della centralità del Lavoro nel perpetuarsi dei rapporti sociali.

Il testo dell’articolo 1 rappresenta un esempio cristallino della sintesi tra diversi valori che ha determinato la nascita della Repubblica (la storia della sua genesi ne è testimone). Ciò cosa significa? Che il “Lavoro” di cui all’articolo 1, non contempla solamente il lavoro come rapporto di subordinazione. Questo “Lavoro” è fenomeno sociale, mezzo di emancipazione, nobilitante affermazione della dignità dell’uomo e del cittadino. È il Lavoro dei lavoratori subordinati; è il Lavoro dei lavoratori autonomi; è il Lavoro degli imprenditori, che col proprio lavoro ne creano di ulteriore.

Leggendo poi l’articolo 4, questo “Lavoro” che è “un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”, spetta a tutti come diritto, in ragione della propria identità di cittadino; spetta a ognuno come dovere, in ragione delle proprie possibilità e capacità.

Dalla Costituzione, discendendo fino all’impianto normativo attuale, giunge a noi un messaggio chiaro: il Lavoro è dimensione fondamentale dell’esistenza umana, collante sociale, strumento di sostentamento, e (il connotato più importante) mezzo di emancipazione della persona.

Ed è proprio del potere emancipante del lavoro che si deve parlare.

Il legislatore mette a disposizione alcuni strumenti normativi per l’inclusione di categorie cosiddette “protette” (in primis la l.68/99). Tali strumenti sono caratterizzati però dall’introduzione forzata, intesa come un onere (e sovente come un peso da parte dell’azienda, visti gli scoraggianti risultati delle ultime statistiche in materia), dei soggetti diversamente abili nell’organigramma aziendale. Ciò risponde senza dubbio alla preminente necessità di inserimento effettivo di questi soggetti all’interno delle aziende: è una risposta direttamente applicabile nel pratico, che àncora l’inclusione “necessaria” a un dovere giuridico (sorretto da uno morale) dell’impresa, alla quale si chiede di “rendere qualcosa indietro” alla comunità, assumendosi la responsabilità di un rapporto di lavoro con un soggetto diversamente abile. 

Resta parzialmente senza risposta la questione dell’inclusione sostanziale, umana e professionale, delle persone diversamente abili. Questa accezione di inclusione sembra però essere quella più vicina all’esprit costituzionale. Come sarebbe possibile parlare di valore emancipante del Lavoro, se proprio nei confronti delle persone che hanno più necessità di emancipazione, lo si incatena a un paradigma di tipo assistenzialistico, perpetuando una dinamica di dipendenza molto simile a quella che tendenzialmente caratterizza la vita di una persona diversamente abile?

A tale questione, alla quale la legge non può ancora rispondere, possono rispondere (e lo stanno facendo) i motori stessi dell’attività lavorativa: gli imprenditori. L’impresa può dunque essere un luogo in cui l’assunzione di soggetti diversamente abili non rappresenti un onere, bensì il mezzo di emancipazione reale delle persone. In un’Italia nella quale risultano essere circa 145mila i posti di lavoro riservati a soggetti diversamente abili che restano scoperti (spesso per volontà delle aziende che preferiscono pagare una sanzione pecuniaria piuttosto che assumersi un tale onere), essere protagonisti del cambiamento è un imperativo civico.

Nico Acampora, con la sua Pizzaut, è esempio principe di ciò. Pizzaut è la testimonianza di quanto l’impresa sociale possa essere impresa a tutti gli effetti, fuori dai luoghi comuni della beneficenza, dalle logiche pietiste e di protezione: un’impresa che si rivolge intorno a persone “diverse” può rivelarsi qualitativamente ottima, competitiva e sostenibile sul mercato, e dimostrare che la vera inclusione non si fa con le riserve, ma permettendo ai soggetti diversamente abili di formarsi e di esprimere realmente le proprie competenze.  Perché il Lavoro è senza dubbio emancipazione, e perché lo sia davvero per tutti.

Pizzaut nasce nel 2017 come Onlus per sensibilizzare sull’occupabilità delle persone autistiche, con un sogno: l’apertura del primo ristorante interamente gestito da persone neurodivergenti. Nel 2021 questo sogno diventa realtà a Cassina de’ Pecchi, vicino Milano. Nel 2023 Pizzaut raddoppia: inaugura un nuovo ristorante a Monza, alla presenza del Presidente Mattarella. Segue la collaborazione con Autogrill (che ha portato all’assunzione di persone neurodivergenti in altre realtà, provando che il modello è replicabile fuori dall’esperimento). Nasce il progetto PizzAutobus (con un business plan curato da PwC), volto alla diffusione territoriale del modello di business. Arrivano a pioggia i riconoscimenti istituzionali e sociali per Nico Acampora e la sua impresa.

Da ultimo, è già avviato il progetto per la costruzione di unità abitative dedicate ai dipendenti: saranno prova di quanto il lavoro e l’inclusione in un ambiente “normale” possano essere il mezzo centrale dell’emancipazione dei soggetti neurodivergenti, tanto abituati a gestire autonomamente le situazioni lavorative, da poter anche abitare in autonomia. 

Pizzaut ad oggi impiega 41 giovani donne e uomini neurodivergenti, con una previsione di crescita fino alle 100 assunzioni entro il 2028. Converrete con me: non male per un’impresa “sociale”. Questi giovani uomini e donne sono impiegati nell’effettivo; sono cuochi, camerieri e pizzaioli di ottimo livello. È questo il vero punto di forza di questa realtà: Pizzaut crea posti di lavoro, non offre un luogo per “parcheggiare” i soggetti neurodivergenti. D’altronde, come potrebbe esserci emancipazione e autonomia vera se non ci fosse vero lavoro? 

Le particolari condizioni del progetto (non ultima la forza e la vision del suo fondatore e della sua squadra) non sono un ostacolo alla scalabilità del modello Pizzaut: sono state necessarie per dare il via al cambiamento. Il vero obiettivo è l’adozione del modello come possibilità per ogni impresa.

I risultati in termini di impiego e potenzialità di crescita però non sono tutto; Pizzaut vince anche e soprattutto sulla qualità (e quindi vince il riconoscimento del mercato): è il primo ristorante nella classifica The Fork 2025. I clienti dicono che la pizza sia buonissima (e adesso arriva anche la pasta in collaborazione con Barilla).

A concludere, i social di Pizzaut corroborano quanto già detto, aggiungendo un connotato profondamente umano: Acampora e i suoi collaboratori hanno fatto dell’uso diretto, semplice e senza troppi fronzoli dei social, un marchio di fabbrica. Uno sguardo alla pagina Instagram di Pizzaut, dove giornalmente vengono pubblicate le testimonianze delle persone impiegate e le dichiarazioni del fondatore, non lascia spazio a dubbi sugli effetti tangibili del progetto.  Che altro dire dunque, se non: “Ci vediamo da Pizzaut”.

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