Un manifesto attuale di attivismo giovanile.
“Giornalista, filosofo, editore e traduttore”, recita la sua pagina Wikipedia. Tutto questo in neanche un quarto di secolo di esistenza, una biografia che da sola è una testimonianza del concentrato di sprizzante joie de vivre. Quest’ultima espressione sarà sicuramente balenata nella testa dei medici della clinica di Neuilly-sur-Seine, testimoni degli ultimi attimi della martoriata, ma straordinaria, vita di Piero Gobetti. Ricordarlo è un dovere morale. Non soltanto contestualmente al centenario della sua morte, ma ancor di più in un tempo in cui, nel mondo, alcune giovani generazioni si adoperano per rovesciare poteri costituiti, altre sono alla ricerca – consapevole o no – di un’ispirazione che possa accendere in loro quella scintilla. In questo senso, la – tristemente breve – traiettoria di Piero Gobetti può essere vista come uno straordinario manifesto dell’attivismo giovanile. Un giovane torinese che, armato di sole carta e penna, attirò su di sé le attenzioni di un intero regime, del quale smascherò la mediocrità e prevedé “cassandricamente” la nefandezza, tanto da scomodare il Duce in persona ad adoperarsi “per rendere nuovamente difficile la vita a questo insulso individuo”. Confinare Gobetti a questo sarebbe colpevolmente riduttivo, della sua lungimiranza e avanguardia si ha contezza in tutti gli ambiti in cui si è cimentato. Ad esempio, nel suo vasto lavoro di traduzione che ha spaziato da una varietà di testi russi al saggio “On liberty” di John Stuart Mill. Ma anche, l’encomiabile attività della Piero Gobetti Editore, che lanciò il primo Eugenio Montale e collaborò con Carlo Levi ed un giovane Cesare Pavese. Per non parlare della fervida attività culturale che lo portò in connessione ed in discussione con quelli che erano – o che diventarono successivamente – gli intellettuali più rinomati del tempo: Benedetto Croce, Luigi Sturzo, Gaetano Salvemini, Luigi Einaudi, Antonio Gramsci, torinese anch’egli, o un Norberto Bobbio ancora in erba. Alcuni di questi contribuirono personalmente alla montagna editoriale prodotta dal Gobetti nel corso degli anni. Le riviste – in ordine cronologico – “Energie Nove”, “La Rivoluzione Liberale” e “Il Baretti”, che ideò e diresse, furono una vera e propria spina nel fianco per il regime. In esse, un tema ricorrente, del quale si faceva denunciatore, era la pochezza dell’incolta classe dirigente italiana, complice dei mali del paese.
Di aspetti da raccontare delle gesta di Piero Gobetti ce ne sarebbero da riempire libri. Ne ha riempiti, e bene, due lo scrittore Paolo Di Paolo, con l’ultimo uscito “Un mondo nuovo tutti i giorni” e il precedente, finalista del premio Strega, “Mandami tanta vita”. Quest’ultimo libro romanza la storia d’amore tra Piero e la fidanzata, Ada Gobetti, un rapporto epistolare di inenarrabile dolcezza e profondità, con connotati struggenti. Il titolo del libro proviene proprio da un’espressione molto significativa che Piero utilizzò in una delle sue missive. I due lasceranno al mondo un figlio, Paolo, divenuto orfano a meno di due mesi dalla nascita: nacque il 28 dicembre 1925, il 3 febbraio il padre partì per Parigi, la notte tra il 15 e il 16 febbraio 1926 spirò. Piero Gobetti soffriva di problemi cardiaci, non si sa se causati o aggravati dagli episodi di percosse subite, l’ultimo dei quali avvenuto a distanza ravvicinata dalla sua morte.
I potenziali pretesti per riscoprire Gobetti sono molteplici, ma mai come in questi tempi un modello come lui è linfa vitale per delle nuove generazioni che troppo spesso sono colpite da un senso di impotenza. In questo senso, Il Post in un articolo di 10 anni fa utilizzava coerentemente nei suoi confronti la metafora del “vedi lui?”, detto dalla madre al figlio in relazione al primo della classe. La fervente attività intellettuale si presta facilmente ad essere raccontata oggi come quella di un influencer dell’epoca. Sebbene l’accostamento sia idealmente suggestivo, il Gobetti fu molto di più. Fu un agitatore, un provocatore, ma allo stesso tempo un erudito, un pioniere ed un ideologo. Dedicò la sua vita al costruirsi, da autodidatta, un’idea di società ideale mentre lottava concretamente per realizzarla. Cosa possa averlo spinto, con cotanta dedizione e in così giovane età, ad un così nobile, ma greve, proposito, sarebbe affascinante saperlo. Certamente, l’averci visto lungo sull’entità del pericolo fascista sarà stato un incentivo non da poco. Paradossalmente, le gravose e continue attenzioni che il nascente regime gli riservò potranno essere state un ulteriore incentivo per uno della sua indole e tempra morale. In ciò, un messaggio ai posteri che consegna Gobetti è simile a quello che ha caratterizzato, il coevo, concittadino e conoscente, Antonio Gramsci. Conoscere meglio l’affascinante rapporto sarebbe meritorio di un approfondimento a parte, ai fini del discorso è degno di nota la comune avversione dei due nei confronti dell’indifferenza. Di Gramsci è celebre lo slogan “odio gli indifferenti”, ma anche Gobetti analogamente riteneva che “non può essere morale chi oggi è indifferente”. Un monito che, al di là dell’ideologia, non può essere che accolto universalmente. Ecco, Gobetti è unico perché anche sul fronte dell’ideologia riesce ad essere universale, poiché le sue idee politiche vengono rivendicate trasversalmente da correnti politiche – anche – di opposta ideologia. Il sopracitato Di Paolo ha spesso sottolineato il tentativo di “tirare Gobetti per la giacca” a cui talvolta oggigiorno si assiste. Probabilmente ciò è dovuto ad un’altra intrigante peculiarità del pensiero gobettiano, ovvero la sua unità nella contraddittorietà. Un “liberale” e “rivoluzionario”; affascinato parimenti dal Risorgimento e dalla Rivoluzione russa; critico allo stesso modo del comunismo italiano e della borghesia nostrana; un allievo di Einaudi che rispettava Lenin e credeva nella lotta operaia; un nazionalista “comunque la parola ci disgusti”. La sua capacità di far coesistere queste due anime, conciliandole, è l’aspetto più magnetico dei suoi scritti che restituisce, almeno in parte, l’irripetibilità del personaggio.La prematura scomparsa di Piero Gobetti lo rende quello che in tempi moderni definiremmo uno dei più grandi “what if” della storia italiana. Eppure, Montale diceva che sarebbe quasi impossibile immaginare Gobetti da anziano. Dunque, forse, è meglio ricordarlo così: ad imperitura memoria di un giovane morto lottando per le sue idee