Dalla letteratura scientifica alle politiche sanitarie: la solitudine come priorità di salute pubblica.
Se si prova a cercare su PubMed (“il Google” della letteratura scientifica biomedica) il termine “loneliness”, si trovano, nel momento in cui scrivo, 19.210 risultati e 57.597 per “social isolation” (ma se provate a farlo quando leggerete l’articolo, saranno probabilmente già aumentati). Ma perché la comunità medico-scientifica è così interessata al tema della solitudine e dell’isolamento? E ancora, dovremmo interessarcene tutti noi?
Prima di rispondere alla domanda, occorre fare chiarezza distinguendo tra isolamento sociale e solitudine. L’isolamento sociale è lo stato oggettivo di chi ha una ristretta rete sociale, e quindi ha scarse e infrequenti interazioni con gli altri. La solitudine è invece un sentimento soggettivo doloroso, che deriva da una discrepanza tra le relazioni sociali desiderate e quelle che si hanno in realtà. Le persone socialmente isolate non provano necessariamente solitudine e viceversa, per quanto i due aspetti siano collegati.
Evidenze scientifiche mostrano che la solitudine e l’isolamento sociale hanno un notevole impatto negativo sulla salute umana, al punto che ormai sono considerati meritevoli di attenzione analogamente a noti fattori di rischio responsabili dell’aumento di mortalità quali l’obesità, l’inattività fisica e il fumo. Si tratta di un’emergenza che trova il suo terreno più fertile nell’attuale demografia del nostro continente: il fenomeno, infatti, diventa particolarmente rilevante nella popolazione anziana, che è più a rischio di essere sola. Nell’Unione europea, dove oltre un quinto della popolazione ha un’età pari o superiore a 65 anni (dati Eurostat al 1° gennaio 2025), è necessario considerare solitudine e isolamento sociale tra i principali determinanti di salute.
I meccanismi con cui l’essere soli influenza la salute sono molteplici e non ancora del tutto chiariti. Uno degli aspetti più indagati è la relazione tra solitudine e salute cardiovascolare. La solitudine cronica comporta delle modifiche nell’organismo umano come, ad esempio, un aumento della pressione arteriosa e uno stato di infiammazione cronica; la ricerca ha inoltre evidenziato un aumento del rischio di infarto e ictus nelle persone sole. Il dato è chiaro: essere soli fa male al cuore, non solo metaforicamente ma anche fisiopatologicamente.
Un ulteriore ambito coinvolto dalla solitudine e dall’isolamento sociale è quello delle patologie neurodegenerative e del declino cognitivo. Gli individui soli e isolati hanno infatti un aumentato rischio di sviluppare demenza, tra cui la malattia di Alzheimer. Non è quindi solo il cuore a soffrire: il cervello umano necessita di connessioni. Non bisogna perciò sorprendersi del fatto che la solitudine sia collegata anche alla salute mentale: ad esempio, le persone che soffrono di solitudine hanno una maggiore probabilità di sviluppare sintomi depressivi.
Tuttavia, le ripercussioni non si esauriscono nella sfera personale, ma costituiscono un pesante onere finanziario che grava sulle casse pubbliche, mettendo a rischio la tenuta stessa dei nostri sistemi di welfare. È difficile quantificare questi costi, che sono sia diretti (accessi in pronto soccorso, ricoveri, farmaci…), sia indiretti (perdita di produttività, assenteismo, ricadute sui caregiver…). Già nel 2015, un’analisi economica condotta nel Regno Unito stimava che l’aumento dell’utilizzo dei servizi dovuto alla solitudine cronica generasse un costo pubblico medio di circa 12.000 sterline a persona nell’arco di 15 anni.
Il crescente interesse della comunità scientifica verso il tema e il riconoscimento della questione economica ha portato alcune nazioni ad affrontare il problema a livello istituzionale, istituendo degli incarichi ministeriali ad hoc. Per la prima volta nel Regno Unito nel 2018, e poi nel 2021 in Giappone, è stato istituito l’incarico di “Ministro della solitudine”. Nella società nipponica il tema della solitudine è poi particolarmente sentito, non solo perché il paese è il più anziano del mondo, ma anche perché molti giovani scelgono l’isolamento sociale.
Se da un lato il mondo della politica e delle istituzioni cerca di dare risposte alle problematiche connesse con l’isolamento sociale e la solitudine, anche la comunità medica ha iniziato ad interrogarsi per individuare strumenti per affrontare questo problema. La risposta è stata, nella sua semplicità, sorprendente: il “social prescribing”. Il social prescribing è un sistema che consente ai professionisti della salute di indirizzare i pazienti verso una gamma di servizi non clinici per migliorare la loro salute e il loro benessere. Ciò che colpisce è che, mentre assistiamo allo sviluppo in medicina di farmaci sempre più rivoluzionari e sofisticati, sono le connessioni sociali a trasformarsi in terapia.
Il Regno Unito è stato il capofila di questo cambio di paradigma, integrando il social prescribing nel proprio sistema sanitario, ma l’Italia non è rimasta a guardare. Sono numerose le iniziative sorte nel territorio ispirate a questi principi. Ad esempio, in un recente comunicato stampa, l’ASL TO3 ha presentato il progetto “Museo Benessere: percorsi di cura attraverso l’arte e la cultura”. Il progetto vede coinvolti attivamente i medici di medicina generale, che possono prescrivere ai pazienti, tramite una vera e propria “ricetta bianca”, visite museali e attività artistiche. Considerato il vastissimo patrimonio culturale dell’Italia, coinvolgere partner culturali può dare vita a sinergie virtuose, avvicinando i cittadini all’arte e preservandone allo stesso tempo la salute.
Tra le sfide che i leader della sanità del futuro dovranno affrontare, ce ne sarà quindi anche una profondamente umana. Occorre iniziare a considerare la solitudine e l’isolamento sociale come dei fenomeni su cui intervenire potenziando le connessioni umane: la salute delle nostre comunità e la sostenibilità del nostro welfare passeranno anche da questo.