IL GENERE DELLO ZUCCHERO: IL CASO DI DIET COKE E COCA-COLA ZERO


Il più grande monumento alla psicologia dei consumi nella storia del Marketing: a volte, per vendere lo stesso identico liquido a due persone diverse, basta cambiare il colore della lattina e il nome sull’etichetta.

Tutto ebbe inizio nel 1886 con uno sciroppo mischiato ad acqua gassata e venduto a soli cinque centesimi al bicchiere. È da questa intuizione che nasce la Coca-Cola, la bevanda che nel gennaio del 1892 avrebbe dato vita a The Coca-Cola Company. Dopo la sua fondazione, l’azienda ha vissuto una crescita costante e iconica: dalla celebre Contour Bottle, la bottiglia di vetro dalle curve inconfondibili, all’invenzione del Babbo Natale moderno in bianco e rosso, fino a diventare un simbolo globale durante la Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia, fu nel secondo dopoguerra che la bibita raggiunse la sua massima espansione, trasformandosi nell’emblema universale dell’American Dream. Negli anni ’70, lo spot “Hilltop” consolidò ulteriormente questa immagine, elevando il marchio a simbolo di pace universale.

Eppure, nonostante il dominio esponenziale sul mercato, la crescita iniziò a rallentare a causa di due fattori principali: l’ingresso di nuovi competitor, come Pepsi, e il mutamento delle esigenze della cosiddetta “Me Generation”, la generazione dell’io. In quegli anni, l’attenzione si spostò drasticamente verso il benessere personale e il fitness; esplose la moda del jogging e dell’aerobica, creando il terreno ideale per la prossima grande sfida di Coca-Cola. All’epoca, chi desiderava seguire una dieta consumava la Tab, un altro prodotto dell’azienda che però presentava criticità non trascurabili: un retrogusto metallico dovuto alla saccarina, un dolcificante, e un’immagine estetica poco accattivante. In questo contesto, l’azienda decise di intraprendere il più grande rischio della sua storia fino a quel momento lanciando la Diet Coke (conosciuta in Italia come Coca-Cola Light). Si trattava di una bevanda con un nome proprio, una formula specifica dal profilo aromatico più leggero e un marketing orientato a un target prevalentemente femminile, sofisticato e chic.

Il successo fu immediato e la bibita divenne un’icona della cultura pop degli anni ’80 e ’90, legata al mondo della moda e resa celebre da campagne pubblicitarie indimenticabili. Tuttavia, questo trionfo portò con sé una sorta di “condanna demografica”: il termine Diet, associato a lattine argentate e al controllo del peso, cristallizzò il prodotto come puramente femminile. Per l’uomo medio di quegli anni, ordinare una Diet Coke non era solo una scelta alimentare, ma un potenziale rischio per la propria immagine sociale, poiché il concetto di dieta era percepito come antitetico alla mascolinità tradizionale, legata alla sostanza e alla forza. L’azienda notò però che gli uomini desideravano prodotti ipocalorici, a patto di non essere associati a un immaginario femminile. Fu proprio il bisogno di preservare l’identità sociale maschile a spingere il rilancio di un prodotto con le stesse funzionalità, ma con un packaging radicalmente diverso.

In sociologia si parla spesso di “mascolinità precaria” per spiegare come, a differenza della femminilità intesa come stato biologico, la mascolinità sia spesso trattata come uno status da acquisire e difendere costantemente attraverso i consumi. Gli uomini utilizzano i prodotti per segnalare agli altri uomini il proprio posto nella gerarchia sociale e bere una bevandaDiet poteva trasmettere fragilità o eccessiva preoccupazione estetica, tratti che la cultura patriarcale delega tradizionalmente alle donne. Per affrontare questa resistenza, Coca-Cola lanciò la Coca-Cola Zero: un prodotto chimicamente simile alla versioneLight, ma avvolto in un’armatura completamente diversa. Il packaging passò dall’argento al nero, colore che nel neuromarketing evoca il mondo del gaming, dei motori e della tecnologia d’avanguardia, contrapponendolo al bianco/argento della versione Light che evoca “leggerezza“, mentre il nome “Zero” sostituì la connotazione punitiva della dieta con un concetto di performance tecnica e gusto autentico. Fu un successo clamoroso perché l’azienda non creò un nuovo bisogno, ma diede agli uomini il permesso sociale di bere una bibita light senza sentirsi meno virili. Questo caso rientra perfettamente nel Gender Marketing, una strategia sistematica basata sulla “Teoria della Congruenza del Sé”, dinamiche visibili anche nel settore dell’igiene personale o dell’alimentazione, dove i prodotti vengono differenziati per forma, colore e promesse in base al genere. Basti pensare ai rasoi (I rasoi maschili sono scuri, con nomi che richiamano la velocità (Turbo), mentre quelli femminili sono rosa, arrotondati e promettono “morbidezza” (Venus, Silk)) e allo yogurt (lo yogurt, storicamente percepito come “cibo leggero da donne“, è stato riposizionato per il pubblico maschile attraverso confezioni squadrate, scure e un focus ossessivo sulle “proteine” e sui “muscoli“). Nonostante l’efficacia storica di queste strategie, oggi assistiamo a una loro graduale sostituzione con il Gender-Neutral Marketing, preferito dalle nuove generazioni (come la Generazione Z) che mostrano una crescente insofferenza verso le categorizzazioni rigide. Il Gender-Neutral Marketing prevede brand di cosmetica o abbigliamento che puntano su packaging minimalisti, bianchi e quasi “medici“, che si rivolgono all’individuo e alle sue esigenze oggettive piuttosto che alla sua identità di genere. Oggi il consumo è visto dalle nuove generazioni come espressione di una verità individuale, che porta l’assetto identitario oltre confini predefiniti. 

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