L’associazionismo universitario visto da una rappresentante degli studenti.
Ogni volta che incontro una persona nuova e devo spiegare di cosa mi occupo, arrivano sempre le stesse domande, diverse nella forma ma identiche nella sostanza: “Ti occupa molto tempo?”, “Lo fai perché vuoi entrare in politica?”, “Da quanti anni lo fai?”.
Sono domande legittime, spesso curiose, a volte diffidenti. Dietro le risposte ci sono dieci anni di palestra emotiva: sono consapevole del peso che le mie parole comportano. Chiunque abbia attraversato un percorso associativo simile mi comprenderà: quando articoli qualcosa di cui fai parte, quando lo racconti all’esterno, porti con te tutta la responsabilità possibile. Le forme complesse di associazionismo, sfumature di socialità e di necessità diverse, rendono ancora più interessante il loro racconto. Ciò detto dobbiamo interrogarci: perché è nata questa crisi dell’associazionismo?
Non è una crisi di numeri, ma di senso. L’interesse collettivo non si è dissolto: è rimasto senza riconoscimento. Quando la comunità smette di credere nel valore dell’agire condiviso, l’impegno viene stigmatizzato, ridotto a passatempo o anticamera di ambizioni personali. Ma la partecipazione non si pretende: si crea. Ma creare significa accettare che qualcuno possa osservare qualcosa che ti rispecchia. Qualcosa che è profondamente tuo, ma che desideri donare alla comunità.
L’associazionismo, nella sua forma più autentica, è un sistema di aggregazione che prende forma attorno a un’aspirazione, a un bisogno o a un piacere condiviso. (Mengoni, 2013)
È il principio dello stare insieme che accomuna realtà profondamente diverse tra loro: accademie culturali, circoli sportivi, spazi ricreativi. Cambiano le finalità, non la matrice.
Nell’esperienza più comune, l’associazionismo diventa lo stare insieme per fare. La crisi ha origine qui: il bias è che sempre meno persone abbiano interesse a prendere parte al fare. Il disinteresse verso la partecipazione racchiude una responsabilità politica evidente: la negligenza nel riconoscere associazioni, comitati e reti civiche come interlocutori ufficiali. Lo smarrimento della nostra generazione è parte della nostra identità: non crediamo più in un cambiamento.
Questo stigma è figlio di un vuoto: l’assenza di una cultura della partecipazione. E dove la partecipazione non è coltivata, non può essere pretesa. La responsabilità nasce dal dover creare impegno. La partecipazione si crea offrendo spazi reali di parola, di decisione e di riconoscimento; si costruisce dando valore al tempo delle persone, mostrando che il contributo individuale incide davvero sul collettivo. Senza una prospettiva di senso, l’impegno si inaridisce.
Creare partecipazione significa quindi ricostruire fiducia: tra individui e comunità, tra azione e risultato, tra valori dichiarati e pratiche quotidiane.
Un appunto ai miei coetanei, a questo punto, è doveroso. L’associazionismo non è figlio di vecchi paradigmi, ma del progresso. E il progresso, per definizione, non nasce dalla ripetizione di ciò che “si è sempre fatto”, bensì dal coraggio di rimetterlo in discussione.
Lo scorso ottobre, durante un’assemblea del distretto 2102, ho visto cosa accade quando i paradigmi vengono traslati: il Consiglio Distrettuale ha dato la parola a tutti i soci presenti.
Un cambiamento epocale dato da un’idea di partecipazione diversa. Se qualcuno avesse proposto una simile assemblea alla me diciassettenne — adolescente ribelle, insofferente alla puntualità e desiderosa di guardare oltre le colonne d’Ercole della mia città, Cosenza — probabilmente avrei risposto: “Siete impazziti? Così si è sempre fatto e così si deve fare.” È paradossale, ma è proprio così: il primo ostacolo al cambiamento è spesso l’abitudine, non l’ideologia. La partecipazione nasce esattamente lì, nel momento in cui si accetta di cambiare idea.
Ogni volta che incontro qualcuno che mi chiede perché, io rispondo: Perché è giusto che qualcuno si prenda la responsabilità. Se crediamo di essere solo gocce d’acqua nel mare, senza coscienza e senza forma, non comprenderemo mai cosa significa essere società civile. La nostra democrazia necessita, ora più che mai, di partecipazione attiva.
Nessuno di noi ha la formula per ricreare una partecipazione perfetta. Ma la partecipazione non si pretende: si crea solo offrendo spazi reali di parola, di decisione e di crescita.