Capitalismo etico: utopia o futuro possibile?


Nella speranza di un progresso plurale e sostenibile.

Parlare oggi di capitalismo etico, un accostamento di concetti che nell’immaginario comune potrebbe apparire al limite del contraddittorio, significa entrare in un limbo in cui è difficile scorgere un orizzonte. È possibile? In che modo lo si può realizzare? Queste sono due fra le tante domande che potremmo e dovremmo porci sul tema, soprattutto se il dibattito si svolge nel paese che ha dato i natali a chi più di tutti ha incarnato questo ideale: Adriano Olivetti.

È necessaria innanzitutto una precisazione su cosa si intenda davvero parlando di etica nel capitalismo. Esulando dall’analisi di Weber sull’etica calvinista alla base di questo modello economico, con capitalismo etico si fa riferimento ad una ridefinizione dei rapporti fra industria, operai e comunità. L’obiettivo finale è superare la distinzione antitetica che si fa comunemente parlando di queste tre realtà, arrivando a costituire una sinergia che porti ad un’elevazione di tutte le parti chiamate in causa, al di là delle teorie politiche che, negli anni, hanno influenzato la narrazione sul tema.

Erano proprio questi i connotati che Olivetti diede alla sua idea di capitalismo, nel tentativo di sviluppare un’industria che fosse perfettamente integrata nel territorio ospitante, fino a poterne innalzare il tenore urbanistico (basti pensare che, nel 2018, lo stabilimento industriale di Ivrea è stato riconosciuto patrimonio dell’umanità), e creare un ambiente che non fosse un semplice luogo di lavoro, ma uno spazio in cui qualunque operaio avrebbe potuto godere delle tutele e dell’assistenza che in uno Stato di diritto sono fondamentali. A tal proposito, spesso viene ricordato il suo impegno circa le tutele sindacali a favore delle donne in gravidanza, riassunto perfettamente nella celebre frase: “Nessuna lavoratrice che sia madre deve mai vedere con invidia e con dolore quelle madri che hanno la gioia di tenere in casa i primi mesi di vita il loro bambino” (Adriano Olivetti, Città dell’Uomo). Fu proprio alla luce di questo suo impegno dichiarato che Olivetti introdusse nelle sue imprese, nel 1945, il congedo di maternità, a parità di salario, per nove mesi.

Ad un mondo che sembra aver interiorizzato la supposta convinzione che il lavoro debba essere necessariamente sacrificio, esempi di questo calibro oppongono la possibilità di un progresso che sia sostenibile per chiunque contribuisca ad esso, affinché il concetto di lavoro non si traduca necessariamente in sforzo, ma si possa declinare positivamente in impegno, con all’orizzonte un futuro che sia favorevole ai più.

Sembra che oggi sia stata smarrita l’idea di sostenibilità associata al progresso e al profitto. È

diffusa nella mente di molti la tesi secondo cui il profitto sia nemico della sostenibilità e che il progresso comporti inevitabilmente dei sacrifici, come se fossimo immersi in un darwinismo sociale, per cui qualcosa o qualcuno dovrà essere necessariamente lasciato indietro. Tali posizioni non fanno altro che sfiduciare la connotazione positiva di cui il concetto di impresa dovrebbe essere dotato, in funzione di un’iniziativa individuale che sia sempre favorita e incoraggiata dalla classe politica, e far intendere il rapporto fra industria e lavoratori inconciliabile, senza che vi sia la possibilità di una visione comune di intenti.

Nella strada per rilanciare gli investimenti e l’iniziativa privata, motori dello slancio positivo di un Paese, il capitalismo etico non solo ci offre la prospettiva di un futuro in cui le imprese siano proiettate al benessere comune, ma ci rammenta che, se davvero la nostra è una repubblica fondata sul lavoro, senza un’ottimizzazione qualitativa di quest’ultimo, il futuro ci apparirà sempre nebuloso.

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