Fisco amico o fisco nemico?


Perché il patto fiscale è anche una questione di fiducia?

In Italia il rapporto con il fisco è spesso raccontato come un conflitto. Da una parte lo Stato che chiede, dall’altra il cittadino che subisce. È una rappresentazione efficace, ma riduttiva. Perché il sistema fiscale non è soltanto un insieme di obblighi giuridici: è uno degli strumenti fondamentali attraverso cui si struttura il rapporto tra potere pubblico e società.

Pagare le tasse non è solo un dovere imposto dalla legge, ma un atto che presuppone fiducia. Fiducia nella capacità dello Stato di utilizzare le risorse raccolte in modo equo ed efficiente, ma anche fiducia nel comportamento degli altri. In questo senso, il fisco è una delle forme più concrete di cooperazione sociale e quando questa fiducia si indebolisce, il prelievo perde la sua dimensione collettiva e viene percepito come una sottrazione individuale.

Dal punto di vista della politica legislativa, il problema non può essere letto solo in termini di evasione. L’evasione è certamente un fenomeno rilevante, ma è anche il segnale di un sistema fiscale complesso, instabile e fortemente stratificato, che rende l’adempimento difficile e spesso poco trasparente. In un quadro segnato da scadenze frequenti, aliquote variabili, regimi speciali e continue modifiche normative, il confine tra errore, elusione ed evasione tende a sfumare, soprattutto per i contribuenti meno strutturati. In questi casi, il rispetto dell’obbligo fiscale non appare come un comportamento naturale, ma come il risultato di competenze tecniche non sempre disponibili, con la conseguenza che la complessità del sistema finisce per tradursi in un costo indiretto dell’imposizione.

Negli ultimi decenni il legislatore ha frequentemente adottato interventi di breve periodo: nuove imposte, agevolazioni temporanee, bonus settoriali, condoni e sanatorie. Queste misure rispondono spesso a esigenze politiche contingenti, ma producono effetti ambigui nel lungo periodo. Se da un lato offrono sollievo immediato, dall’altro indeboliscono la percezione di stabilità e prevedibilità del sistema fiscale, elementi essenziali per costruire fiducia.

Tuttavia, una lettura equilibrata impone di considerare anche l’altro lato della medaglia. La crisi del patto fiscale non è imputabile soltanto allo Stato. Una parte della responsabilità ricade anche sui comportamenti individuali. L’idea che l’evasione sia una risposta “razionale” a un sistema inefficiente ha progressivamente normalizzato pratiche irregolari, soprattutto quando vengono percepite come socialmente tollerate. In termini economici, questo atteggiamento richiama il problema del free riding: in un sistema fondato sulla contribuzione collettiva, chi beneficia dei servizi pubblici senza contribuire trasferisce il costo sugli altri, distorcendo gli incentivi e penalizzando i contribuenti più fedeli.

Questa dinamica emerge chiaramente osservando la distribuzione effettiva del gettito IRPEF, dalla quale risulta che una quota relativamente ristretta di contribuenti sostiene la gran parte dell’imposta complessiva. In Italia, poco più di un quarto dei contribuenti versa circa i tre quarti dell’IRPEF, mentre una parte consistente dei dichiaranti contribuisce in misura minima o nulla, anche in ragione di detrazioni, bonus e soglie di esenzione. Tale assetto, pur non essendo di per sé illegittimo né assimilabile all’evasione in senso stretto, è il risultato di una struttura fortemente progressiva e di un ampio sistema di deroghe, che concentra il carico fiscale su una base limitata. In un contesto simile, la combinazione tra free riding e comportamenti opportunistici alimenta la percezione di sostenere “le spese di tutti”, favorendo sfiducia e disaffezione nei confronti del sistema fiscale. 

Senza contare che, almeno sul piano dei redditi dichiarati, il quadro che emerge restituisce l’immagine di un Paese sensibilmente più povero di quanto lascino intendere i comportamenti economici quotidiani. Una rappresentazione che entra in evidente tensione con i livelli di consumo e con stili di vita ampiamente diffusi: dall’elevata quota di proprietà immobiliare al possesso di autoveicoli e motocicli, fino alla diffusione di dispositivi tecnologici e servizi non essenziali. Un divario che solleva interrogativi non solo sulla distribuzione del carico fiscale, ma anche sulla reale capacità del sistema di fotografare il benessere economico.

Questa dinamica ha effetti concreti. Una base imponibile fragile costringe lo Stato a mantenere aliquote elevate e a rafforzare i controlli, aumentando il peso fiscale su chi già contribuisce. Si innesca così un circolo vizioso: più evasione genera maggiore pressione, maggiore pressione alimenta ulteriore sfiducia e comportamenti opportunistici. E l’inefficienza del sistema diventa causa o conseguenza?

Il fisco finisce così per essere percepito come un gioco a somma zero, in cui ogni euro versato rappresenta una perdita individuale più che un investimento collettivo. Questa percezione, tuttavia, non è un dato naturale, ma il risultato di un sistema che fatica a garantire semplicità, stabilità e una distribuzione del carico ritenuta equa da chi contribuisce.

La questione centrale non è quindi stabilire se il fisco sia “amico” o “nemico”, ma se il patto fiscale sia ancora credibile. La legge può imporre il pagamento delle imposte, ma la compliance di lungo periodo dipende dalla fiducia: nella prevedibilità delle regole, nella coerenza dell’azione pubblica e nel fatto che l’onere sia condiviso in modo percepito come proporzionato.

In assenza di questi elementi, il rischio è che ogni intervento si limiti a rincorrere l’emergenza, tra nuovi bonus, sanatorie e controlli, senza rafforzare la base imponibile né ricostruire il rapporto tra Stato e contribuenti. Per un Paese che ambisce a una crescita stabile, il tema fiscale non è solo una questione di gettito, ma di credibilità istituzionale e di qualità del patto sociale.

© RIPRODUZIONE RISERVATA