Il lavoro non è più un posto


“Dove lavori?”, “Che contratto hai?”, “Ma almeno i benefit ci sono?”

Chi di noi non ha mai sentito queste domande durante il pranzo di Natale, tra un piatto di lasagne e un confronto non richiesto con il cugino “sistemato”? Domande che per anni hanno rappresentato una sorta di certificato del valore personale, un modo implicito per dire: sei arrivato, oppure no.

Oggi, però, sempre più giovani faticano, o semplicemente si rifiutano, di rispondere secondo quel copione. Non perché abbiano meno ambizione, ma perché il lavoro non è più un posto e la carriera non è più una risposta semplice da raccontare a tavola. Per oltre un secolo il lavoro è stato un luogo. Un ufficio, una fabbrica, una scrivania. La carriera, di conseguenza, era un percorso lineare: ingresso, crescita, stabilità. Oggi questo modello non è semplicemente in crisi: è stato superato. Peccato per le nostre nonne, cresciute con l’idea che il “posto fisso” fosse l’unità di misura del successo, della stabilità e, in fondo, della serenità. Per loro il lavoro era una certezza: entrare in azienda da giovani e uscirne, molti anni dopo, con una pensione e una storia lineare da raccontare.

Come glielo spieghiamo, allora, che oggi siamo freelancer?
Che lavoriamo per progetti, non per cartellini da timbrare?
Che cambiamo clienti, ruoli, persino settori, senza per questo essere persi o instabili?

“No, nonna, non voglio timbrare il cartellino.” Non perché manchi il senso del dovere, ma perché il valore non si misura più in ore di presenza, bensì in competenze, risultati e capacità di adattamento. Per Gen Z e Millennials il lavoro non è più una destinazione, ma un percorso fluido. Non è un’identità unica, ma una componente importante di un equilibrio più ampio tra vita, crescita personale e realizzazione professionale. La sicurezza non risiede più nella permanenza, ma nell’occupabilità: nella capacità di reinventarsi e restare rilevanti in un mercato in continuo mutamento. In fondo, non è un’idea nuova. Già Eraclito parlava di panta rei, “tutto scorre”. Nulla resta immobile, nulla è davvero stabile: la realtà è movimento continuo. Per secoli abbiamo cercato di rendere il lavoro l’eccezione a questa regola, un’ancora di certezza in un mondo che cambiava.

Oggi quella finzione non regge più, il lavoro è tornato a essere ciò che è sempre stato: un processo dinamico. E la carriera, di conseguenza, non può più essere una linea retta, ma un sistema fluido di competenze, esperienze e trasformazioni. È qui che il concetto tradizionale di carriera entra definitivamente in crisi. Non perché i giovani rifiutino il lavoro, ma perché rifiutano un modello che non rispecchia più la realtà economica, tecnologica e sociale in cui vivono.

Questa trasformazione non è solo percepita, ma ampiamente documentata. Secondo il Deloitte Global 2025 Gen Z and Millennial Survey, che ha coinvolto oltre 23.000 giovani in 44 Paesi, entro il 2030 Gen Z (nati tra il 1995 e il 2006) e Millennials (nati tra il 1983 e il 1994) rappresenteranno circa il 74% della forza lavoro globale. Eppure, il tradizionale “contratto sociale” tra lavoratore e datore di lavoro — stabilità in cambio di fedeltà — appare ormai eroso. L’apprendimento continuo e la possibilità di restare occupabili nel tempo contano più del titolo in organigramma. Non sorprende, quindi, che solo una minoranza, soprattutto tra la Gen Z, consideri il raggiungimento di posizioni apicali come obiettivo prioritario. Il cambiamento in atto non è una ribellione generazionale, né una crisi di valori.

È, piuttosto, il tentativo di riscrivere un patto che non funziona più. In un mondo in cui tutto è veloce, la vera stabilità non può più essere statica. Le carriere del futuro non saranno lineari, ma adattive; non fondate sulla permanenza, ma sulla capacità di creare valore nel tempo. Il lavoro smette così di essere un luogo fisico o un’etichetta identitaria, per diventare un’esperienza evolutiva. Per le imprese e per i leader la sfida è chiara: continuare a misurare il successo in termini di presenza, controllo e rigidità, oppure investire su fiducia, autonomia e sviluppo delle persone. Non si tratta di assecondare una generazione, ma di prepararsi a un futuro che è già presente. A confermare che non si tratta di una moda generazionale, ma di un cambiamento strutturale, è anche il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum.

Il mercato del lavoro globale non è destinato a contrarsi, ma a riconfigurarsi profondamente: milioni di nuovi ruoli emergeranno, mentre altri scompariranno o cambieranno contenuto. Il vero rischio, quindi, non è perdere il lavoro, ma perdere rilevanza. Entro il 2030 una quota significativa delle competenze oggi richieste diventerà obsoleta. In questo scenario, l’idea di una carriera stabile e immutabile appare sempre meno realistica. Non perché manchi il lavoro, ma perché cambia più velocemente delle strutture che pretendono di incasellarlo.

Il lavoro non è più un posto.
È un ecosistema fatto di competenze, relazioni, significato e benessere.
Chi saprà progettarlo in questo modo non solo attirerà i talenti migliori, ma costruirà organizzazioni più resilienti, sostenibili e capaci di durare nel tempo.

E forse, al prossimo pranzo di Natale, alla domanda “dove lavori?” non servirà più una risposta semplice. Basterà raccontare che tipo di valore stiamo creando.

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