Il ritorno degli anni Venti: perché il mondo guarda al 1929 per capire il 2029


AI, protezionismo e concentrazione del potere economico: le nuove faglie di un ordine globale sempre più instabile.

La storia non si ripete mai allo stesso modo, ma spesso fa rima con il passato. E oggi, tra intelligenza artificiale, debito sovrano record e nuove fratture geopolitiche, l’economia globale sembra avanzare lungo un crinale pericolosamente familiare. 

Durante un recente panel di altissimo profilo che ha riunito esponenti del mondo politico ed economico come Larry Fink (BlackRock) e Christine Lagarde (BCE) è emersa una domanda centrale: Stiamo rivivendo gli anni Venti del Novecento е, soprattutto, stiamo ripetendo i loro stessi errori? 

Gli anni Venti come primo esperimento fallito di stabilizzazione globale 

Gli anni Venti rappresentarono il primo vero tentativo moderno di stabilizzare un mondo devastato da una guerra totale attraverso due strumenti considerati allora risolutivi: tecnologia e finanza. La vittoria delle potenze liberali nella Prima Guerra Mondiale aveva prodotto un ordine internazionale dominato da Stati Uniti, Impero britannico e Francia. Il dollaro emergeva come perno del sistema monetario globale, la finanza americana come garante implicito della stabilità mondiale. 

A molti osservatori dell’epoca sembrò l’alba di una nuova era di prosperità irreversibile. Il problema, fu che quell’ordine era economicamente sofisticato ma politicamente fragile. Le istituzioni multilaterali erano deboli, la cooperazione incompleta, la fiducia eccessivamente riposta nella capacità dei mercati di autoregolarsi. Quando la finanza smise di funzionare da collante, mancavano le fondamenta politiche per evitare il collasso. È questa fragilità strutturale, più che il crollo di Wall Street in sé, a rendere il paragone con il presente così inquietante. 

Intelligenza artificiale: promessa produttiva o acceleratore di squilibri? 

Christine Lagarde ha portato il dibattito sul terreno tecnologico, indicando nell’intelligenza artificiale il parallelo più diretto con le grandi innovazioni degli anni Venti: elettrificazione, motore a combustione, produzione di massa. Anche allora, progresso tecnologico e mercati finanziari in espansione convivevano con segnali di chiusura del commercio globale. Ma oggi le dinamiche di mercato sono più complesse. Le tecnologie del secolo scorso potevano diffondersi all’interno dei confini nazionali; l’AI, invece, vive di scala globale. Richiede enormi quantità di capitale, accesso a dati vastissimi, infrastrutture energetiche robuste e interoperabilità normativa. 

In un mondo sempre più frammentato da regole divergenti su privacy, dati e sicurezza, la promessa di una crescita di produttività generalizzata rischia di essere inibita da barriere politiche e culturali amplificando le disuguaglianze invece di ridurle. 

Tutto ciò è alla base di una crescente polarizzazione dell’economia. I leader di mercato sono, infatti, in grado di integrare rapidamente l’Al nei processi, aumentando efficienza e margini. Le aziende più piccole, spesso prive di risorse sufficienti faticano a tenere il passo. Il risultato è un’economia in cui pochi vincono molto e molti restano indietro. 

La vera sfida non è quindi l’innovazione in sé, ma la sua diffusione. 

Il nodo irrisolto del debito pubblico 

A differenza degli anni Venti, quando molti Paesi occidentali presentavano bilanci relativamente solidi, oggi il debito sovrano è diventato una condizione strutturale. In questo contesto, l’avanzamento tecnologico viene spesso visto come unica via di salvezza: un motore di produttività capace di sostenere crescita, gettito fiscale e stabilità sociale. 

Ma trattandosi di una scommessa, il cui rischio è spesso sottostimato, se i guadagni in termini di produttività non saranno sufficienti o non verranno distribuiti in modo ampio, la tensione tra finanza pubblica e consenso politico diventerà difficile da gestire. 

Dazi, protezionismo e il peso della storia 

Lo Smoot-Hawley Act del 1930 contribuì a un crollo del commercio globale che aggravò ulteriormente la Grande Depressione. Oggi il contesto è diverso, ma le dinamiche di fondo sono familiari. Il funzionamento dei dazi rimane il medesimo: alimentano inflazione, distorcono la concorrenza e favoriscono dinamiche di capitalismo relazionale, in cui vince chi è più vicino al potere politico. La vera differenza rispetto agli anni Trenta è che il sistema monetario globale non ė ancora collassato. Ma l’imprevedibilità delle politiche commerciali è già sufficiente a frenare investimenti e pianificazione di lungo periodo. 

Banche centrali tra indipendenza e pressione politica

Uno dei passaggi più delicati riguarda il ruolo delle banche centrali. L’indipendenza monetaria è stata, infatti, una conquista nata proprio dalle crisi del primo Novecento, quando la gestione del denaro divenne incompatibile con le pressioni della politica di massa. La cooperazione tra politica fiscale e monetaria può essere necessaria in situazioni eccezionali, come durante la pandemia. Ma a causa della dipendenza strutturale che riduce credibilità е autonomia, le banche centrali perdono la capacità di garantire stabilità dei prezzi e fiducia nel sistema. 

Tecnologia finanziaria: più rischio o più resilienza

Sul fronte dei mercati, Larry Fink ha offerto una lettura controintuitiva. La velocità dell’informazione e la trasparenza non rendono il sistema più fragile, ma più efficiente. I fallimenti recenti, come quello di Silicon Valley Bank, sono stati il risultato di cattiva gestione e carenze regolatorie, non della tecnologia. Guardando al futuro, tokenizzazione e infrastrutture digitali potrebbero ridurre costi, aumentare l’accesso ai mercati e democratizzare il capitale. Ma, ancora una volta, tutto dipende da governance e regole. 

Non siamo nel 1929. Ma nemmeno al sicuro. Dunque, la domanda finale da porsi è: “In che anno storico siamo davvero?” Christine Lagarde ha risposto con un’affermazione tanto semplice quanto impegnativa: “ciò che verrà dipende da noi”. 

Il mondo non è condannato a ripetere il 1929. Ma sta giocando con le stesse forze: tecnologia trasformativa, concentrazione del potere economico, debito elevato e fiducia nelle istituzioni sotto pressione. La linea che separa una nuova fase di prosperità da una crisi sistemica non sarà tracciata dall’intelligenza artificiale né dai mercati finanziari. Sarà tracciata dalla capacità o dall’incapacità di costruire una cooperazione minima in un mondo sempre più diviso. Ed è proprio quella, oggi, la risorsa più scarsa.

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