La Norvegia: il segreto di un equilibrio perfetto tra prosperità ed equità


Ardevano ancora le braci della rivoluzione dell’89’ quando l’uguaglianza smise d’esser sofismo, unico ideale che venisse concesso agli ultimi e ai sognatori, per essere incisa nella pietra e nelle più giovani Carte Costituzionali d’Occidente. Il mondo industriale che ne seguì vide l’affermarsi di nuove lotte, volte non più alla realizzazione di chimere, ma di precise conquiste civili: orari e condizioni di lavoro che rispettassero l’individuo, accesso all’istruzione primaria e alle più imprescindibili prestazioni sanitarie. Fu solo col sangue che simili libertà divennero diritti inderogabili? Forse. Ma in alcune terre, l’egalitarismo non si impose con la baionetta, né trovò mai resistenza in rigurgiti elitari: crebbe nel silenzio, sotterraneo, radicandosi in un tessuto sociale che ha sempre privilegiato la comunità rispetto all’individuo e al suo successo personale.

È in questo scenario che la Norvegia si erge quale emblema di una nazione che ha saputo intrecciare con rara maestria prosperità economica e coesione sociale, armonizzando sviluppo e giustizia in un equilibrio che pochi altri paesi sono stati in grado raggiungere. Qui l’uguaglianza non fu mai solo un mero precetto giuridico; da sempre si configura come un imperativo morale, una consapevolezza tramandata da secoli e che per generazioni intere ha regolato i rapporti tra gli individui, all’insegna di alcune regole precise…

La Legge di Jante: un codice interno

Nel 1933 vide la luce il romanzo “Un fuggitivo incrocia le sue tracce” (En Flyktning Krysser Sitt Spor), ad opera dell’autore danese-norvegese Askel Sandemose. Lo scrittore tratteggia la storia di un’immaginaria cittadina danese, Jante, dove ogni individuo è chiamato a dissolvere la propria identità nel collettivo, rinunciando a qualsiasi velleità di distinzione. Sebbene fu lui a dare forma e parola a questo principio, Sandemose sostenne sempre che affondasse le proprie radici nella storia stessa della Scandinavia, permeando da secoli la vita nei villaggi e nelle città del Nord.

LE DIECI LEGGI DI JANTE

REGOLA 1 Non credere d’esser speciale.
REGOLA 2 Non pensare di valere quanto noi.
REGOLA 3 Non ritenere di essere più intelligente di noi.
REGOLA 4 Non immaginare di essere migliore di noi.
REGOLA 5 Non pensare di sapere più di noi.
REGOLA 6 Non credere di essere più importante di noi.
REGOLA 7 Non pensare di essere bravo in qualcosa.
REGOLA 8 Non ridere di noi.
REGOLA 9 Non credere che a qualcuno importi di te.
REGOLA 10 Non pensare di poterci insegnare qualcosa.

Vale la pena soffermarsi sulla loro costruzione: esse si rivolgono direttamente a te, contrapponendoti a noi, il che non è un caso. In questo dualismo si riflette l’essenza stessa di Jante: un codice implicito che depreca l’ostentazione, ridimensiona l’ambizione individuale e promuove la cooperazione sopra la competizione. Un diffuso senso di riserbo nei confronti dell’autocelebrazione continua sensibilmente a caratterizzare le culture scandinave. Tanto i media locali quanto quelli internazionali evidenziano la forza collettiva della società e della regione, piuttosto che le opere e gli onori dei singoli individui.

Sebbene sembri facile che per il gentile lettore questi principi possano sembrare limitanti per lo sviluppo della propria personalità sociale, è proprio questa filosofia, tanto radicata nella società norvegese, ad aver favorito la creazione di un modello economico e imprenditoriale straordinariamente efficace. Se nel resto del pianeta il successo vien spesso considerato la più facile conseguenza di leadership carismatica e individualismo esacerbato, in Norvegia prosperano aziende dove le gerarchie son piatte, i salari equamente distribuiti e il welfare aziendale considerato un investimento, e non già un onere.

La legge di Jante e la politica: il socialismo democratico norvegese

Non dovrebbe dunque stupire sapere che fu proprio Il Partito Laburista Norvegese (Arbeiderpartiet) ad essere al governo quando, nel decennio successivo alla Seconda Guerra Mondiale, il paese si trasformò in una società prospera, con un sistema di welfare moderno e inclusivo. Ciò che risalta maggiormente tuttavia, è che il progetto socialdemocratico non fu impresa esclusiva del partito: fu una volontà collettivo-nazionale, in virtù della quale anche le forze politiche rappresentanti l’alta borghesia ne sostennero ampie porzioni, riconoscendone la portata storica.

Riformismo, modernizzazione pianificata e crescita economica accelerata furono le direttrici fondamentali dell’azione laburista, garantendo al partito un consenso solido (più del 40%) e duraturo (per oltre 15 anni) nell’imminente dopoguerra. Nel processo di modernizzazione industriale, governance economica e riforme sociali, il Partito Laburista Norvegese fu senz’altro il principale attore politico. La svolta arrivò con la revisione del programma politico nel 1949, che rese il Labour Party norvegese uno dei partiti socialdemocratici più flessibili d’Europa, lontano da draconiani dogmi ideologici.

L’attenzione si spostò dal perseguire un’idea astratta di socialismo alla definizione di un metodo pragmatico e programmatico. In linea con l’evoluzione macroeconomica Nord-occidentale, il modello norvegese ambiva a coniugare la pianificazione economica con la libertà politica e l’iniziativa individuale, facendole confluire in uno stabile equilibrio tra intervento statale e dinamiche di libero mercato. La sintesi tra intervento statale ed economia di mercato fu, tuttavia, il risultato di un lungo processo di sperimentazione e continuo perfezionamento, affinatosi nel tempo attraverso un delicato gioco di equilibri.

La creazione di organi di regolamentazione e trasformazione del tessuto produttivo non poté seguire un modello statico, ma dovette adattarsi costantemente alle dinamiche politiche ed economiche del tempo, in un continuo processo di mediazione e ridefinizione strategica. Uno degli scontri più accesi si verificò nei primi anni ’50, attorno alla Legge sui prezzi e sulla razionalizzazione (pris- og rasjonaliseringsloven), che mise in evidenza la complessità dell’intervento diretto dello Stato in un’economia aperta. I vertici del Partito Laburista compresero allora che misure indirette risultavano più efficaci per indirizzare l’economia nella direzione desiderata, soprattutto in una fase in cui il partito godeva di un’ampia maggioranza parlamentare.

Parallelamente, la progressiva liberalizzazione del commercio estero offrì nuove opportunità per la modernizzazione dell’economia, introducendo una maggiore concorrenza nei mercati. La risposta socialdemocratica fu un compromesso: affiancare a un’estesa economia di mercato un intervento statale attivo, capace di tutelare il benessere dei consumatori e di garantire una governance efficace.

L’impatto del petrolio sull’economia norvegese

La crescita economica rapida e uniformemente distribuita fino al 1970 segnò una svolta per la Norvegia, portando il paese a livelli di prosperità senza precedenti. Fu solo però con la scoperta dei giacimenti petroliferi nel Mare del Nord nel 1968 e l’inizio delle relative estrazioni nel 1971 che la Norvegia registrò un’espansione economica esponenziale. L’estrazione degli idrocarburi trasformò infatti il paese in una potenza energetica globale, generando un enorme surplus commerciale e un afflusso senza precedenti di entrate fiscali per lo Stato. Nel solo 1975, il PIL norvegese registrò un tasso di crescita del 6,1%, trainato dagli investimenti nel settore energetico e dalla crescente domanda di petrolio a livello internazionale.

Per evitare gli effetti negativi di ciò che vien definito “malattia olandese” — la dipendenza economica da una singola risorsa e la conseguente svalutazione di altri settori produttivi— il governo norvegese adottò una gestione strategica e prudente delle entrate petrolifere. Nel 1990, venne istituito il Fondo Sovrano Norvegese (Government Pension Fund Global – GPFG), alimentato dai profitti dell’industria petrolifera e progettato per garantire stabilità economica e sostenibilità fiscale nel lungo periodo. Ad oggi, il Fondo Sovrano Norvegese è il più grande al mondo, con un patrimonio che ha superato i 1.400 miliardi di dollari nel 2024 (pari a tre volte il PIL norvegese) e rappresenta la garanzia di una prosperità che non grava sulla fiscalità, bensì viene reinvestita per finanziare welfare e infrastrutture pubbliche.

Parallelamente all’esplosione della ricchezza petrolifera, il governo—guidato ancora una volta dal Partito Laburista – rafforzò infatti l’espansione del welfare state: Nel 1967, venne introdotto il National Insurance Scheme, garantendo pensioni di base per tutti cittadini, indipendentemente dal reddito; l’allocazione di risorse pubbliche nel settore sanitario rese poi il sistema uno dei più avanzati e accessibili d’Europa, laddove fondi significativi vennero destinati anche all’istruzione pubblica, garantendo università gratuite e promuovendo la formazione di una forza lavoro altamente qualificata. Queste politiche, consolidate nel corso dei decenni, hanno gettato le basi per l’attuale monumentale stabilità economica e sociale della Norvegia.

Con un PIL di 544 miliardi di dollari nel 2024 e una crescita stimata al +2,3% nel 2025, l’economia norvegese si conferma tra le più solide al mondo, sostenuta da una gestione statale efficiente delle risorse e da un settore privato dinamico e innovativo. Il PIL pro capite di 100.000 dollari riflette un alto standard di vita, mentre il tasso di disoccupazione al 4,2% testimonia la capacità del paese di garantire opportunità di impiego attraverso politiche di mercato del lavoro inclusive. Lo Stato detiene quote strategiche nelle principali aziende nazionali—Equinor (petrolio e gas), Telenor (telecomunicazioni) e DNB (bancario e finanziario)—assicurando una gestione stabile e sostenibile delle risorse, ma senza soffocare la competizione. Startup come Kahoot! (EdTech), Tibber (energia digitale) e AutoStore (robotica e automazione logistica) dimostrano come la Norvegia abbia saputo diversificare la propria economia oltre il petrolio, puntando su settori emergenti e ad alto valore aggiunto.

L’Assenza di Super-CEO: Un Riflesso della Cultura Norvegese e del Modello Economico

L’influenza della Legge di Jante e della tradizione socialdemocratica non si esaurisce nella sfera politico-economica ma si illumina di una luce ancora più viva nella struttura stessa del potere aziendale, dove la figura del super-CEO è pressoché inesistente. In un paese che privilegia l’uguaglianza, la trasparenza e la cooperazione, il divario retributivo tra dirigenti e dipendenti è nettamente inferiore rispetto a quello delle maggiori economie occidentali. In Norvegia, il rapporto tra lo stipendio di un CEO e quello di un lavoratore medio si attesta infatti tra 10:1 e 15:1, mentre negli Stati Uniti e nel Regno Unito può superare 300:1. Una differenza abissale, che non è da attribuirsi al caso, bensì ad un sistema di governance costruito su equità e redistribuzione, piuttosto che sull’ipercompetizione e sulla concentrazione del potere in pochi individui. Il welfare state avanzato e il forte senso di responsabilità collettiva riducono inoltre la necessità di salari e bonus eccessivi per attrarre talenti: in Norvegia, la qualità della vita è già garantita da un sistema pubblico generale estremamente efficiente, un pregio che gli ha permesso di qualificarsi sempre tra la 4° e la 7° posizione nel raking del “World Happiness Report” degli ultimi anni. Per completare l’idillio, una governance aziendale partecipativa, con consigli di amministrazione che includono rappresentanti sindacali per decisioni strategiche condivise, favorisce una gestione del complesso produttivo che la nostra Costituzione ha soltanto previsto, nella speranza lontana che il Legislatore nazionale potesse realizzare qualcosa di affine.

Forse che alla fine non è solo col sangue che l’uguaglianza divien diritto?

“Il socialismo, sollevando l’umanità dalla miseria, renderà possibile la realizzazione del vero individualismo.” (L’anima dell’uomo sotto il socialismo, 1891)

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