La tutela del diritto d’autore online


La responsabilità delle piattaforme digitali.

Quando è stata l’ultima volta in cui hai acquistato un DVD oppure un CD musicale? Con ogni probabilità, non te lo ricordi neanche. Oggi l’accesso a film, musica e contenuti creativi avviene prevalentemente tramite piattaforme digitali, servizi di streaming e condivisione online.

Questo semplice cambiamento nelle nostre abitudini quotidiane riflette una trasformazione molto più profonda: con l’avvento del digitale, e in particolare del web, si è assistito a un rapido e radicale mutamento delle modalità di diffusione e fruizione delle opere dell’ingegno.

Di fronte a tale evoluzione tecnologica, anche il diritto è stato chiamato ad adattarsi. A livello mondiale, si sono resi necessari interventi giurisprudenziali e legislativi volti a rimodellare i sistemi di tutela del diritto d’autore, originariamente pensati per un mondo analogico e le sue modalità di sfruttamento prevalentemente materiali. 

In particolare, Internet ha reso possibile la diffusione su larga scala di contenuti potenzialmente protetti, caricati, condivisi o messi a disposizione direttamente dagli utenti. Questo scenario ha sollevato un quesito fondamentale: fino a che punto le piattaforme sulle quali tali contenuti vengono diffusi possono essere ritenute responsabili per eventuali violazioni del diritto d’autore da parte degli utenti?

A livello europeo, il primo spunto normativo è rappresentato dalla Direttiva sul commercio elettronico, che ha introdotto un c.d. safe harbour, vale a dire un regime di esenzione di responsabilità per specifiche attività di intermediazione digitale, essenziali al funzionamento della stragrande maggioranza dei servizi digitali. 

La Direttiva distingue diverse attività svolte dagli intermediari digitali. Alcune, come il semplice trasporto di dati attraverso la rete (mere conduit) o la memorizzazione temporanea di copie per velocizzare la navigazione (caching), hanno natura puramente tecnica: chi le svolge non interviene sui dati trasmessi e, pertanto, non ne è in linea di principio responsabile.

Più delicata è invece la posizione dei servizi di hosting, ossia delle piattaforme che ospitano contenuti caricati dagli utenti. È il caso, ad esempio, dei social network o dei siti di condivisione video, che mettono a disposizione lo spazio digitale entro cui gli utenti pubblicano testi, immagini o filmati. Anche per questa attività la responsabilità delle piattaforme non è automatica: l’intermediario non risponde dei contenuti caricati dagli utenti a condizione che non sia a conoscenza dell’illiceità e che intervenga tempestivamente per rimuoverli una volta ricevuta una segnalazione. Tale impostazione si fonda sull’idea di un soggetto passivo e neutrale, come confermato dall’esplicita esclusione di obblighi generali di sorveglianza per gli intermediari (non si può pretendere che le piattaforme verifichino sistematicamente tutto ciò che viene caricato online).

Nel tempo, la Corte di giustizia dell’Unione europea è intervenuta per chiarire quando una piattaforma possa dirsi realmente “neutrale” e quando, invece, debba essere considerata direttamente coinvolta nella violazione. 

In una serie di importanti decisioni sul diritto d’autore (The Pirate Bay, Youtube e Cyando) la Corte ha precisato che l’esenzione di responsabilità non può valere in modo automatico. Se una piattaforma non si limita a ospitare contenuti, ma organizza il servizio in modo da favorire la condivisione di opere protette, oppure costruisce il proprio modello di business attorno a tali condivisioni, allora il suo ruolo non è più meramente tecnico né tantomeno neutrale.

Non basta, però, sapere in astratto che sulla piattaforma possono essere caricati contenuti illeciti: questo è inevitabile in qualunque spazio digitale aperto agli utenti. Ciò che conta è il comportamento concreto della piattaforma. Ad esempio, può assumere rilievo il modo in cui vengono presentati i contenuti, l’eventuale incentivo alla diffusione di materiale potenzialmente protetto o la mancata reazione a segnalazioni circostanziate.

Allo stesso tempo, la Corte ha riconosciuto che l’adozione di strumenti di prevenzione, condizioni d’uso chiare ed esplicite nel vietare il caricamento di contenuti protetti e sistemi efficaci di segnalazione e rimozione può dimostrare la volontà della piattaforma di limitare gli abusi. 

Tuttavia, il sistema finora delineato ha mostrato limiti significativi. Innanzitutto, è un meccanismo reattivo: il contenuto viene eliminato solo dopo che il titolare dei diritti lo abbia individuato e segnalato, permettendone nel frattempo la visualizzazione e condivisione potenzialmente in larga scala; al contrario, la tempestività è un fattore cruciale nella tutela del diritto d’autore. Inoltre, l’enorme quantità di contenuti caricati quotidianamente rende difficile intercettare ogni violazione, e la semplice rimozione spesso non ha un reale effetto deterrente nei confronti degli utenti più attivi.

In questo contesto, nel 2019 l’Unione europea ha adottato una nuova Direttiva sul diritto d’autore nel mercato unico digitale. L’articolo 17 si rivolge in particolare ai prestatori di servizi di contenuti online, ossia le grandi piattaforme che basano la propria attività sulla condivisione di contenuti caricati dagli utenti, come YouTube o Facebook, e che traggono profitto dall’organizzazione e dalla promozione di tali contenuti.

La novità principale è che queste piattaforme non possono più limitarsi a intervenire solo dopo una segnalazione. Devono cercare di ottenere accordi di licenza con i titolari dei diritti e, se ciò non avviene, dimostrare di aver adottato misure adeguate per limitare la circolazione di tali opere. Devono inoltre rimuovere tempestivamente i contenuti segnalati e compiere “massimi sforzi” per impedirne nuovi caricamenti futuri. Nella pratica, ciò comporta l’impiego di strumenti automatizzati di riconoscimento dei contenuti, come algoritmi. Ma questo nuovo modello solleva a sua volta problematiche: sistemi troppo rigidi rischiano di bloccare anche contenuti leciti, come citazioni e parodie. Nonostante la Direttiva preveda espressamente che tali utilizzi restino consentiti, gli algoritmi non sono sempre in grado di capire il contesto, essenziale nel caso di citazioni e parodie, e quindi rischiano di bloccare anche contenuti perfettamente legittimi. Il timore è quello dell’overfiltering, ossia di un eccesso di controllo che, nel tentativo di proteggere il diritto d’autore, finisca per comprimere la libertà di espressione degli utenti.

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