L’accordo UE–India e l’industria europea


Un’opportunità che l’Italia non può sprecare.

Il 27 gennaio 2026, dopo quasi due decenni di trattative, è stata finalmente stipulata quella che molti definiscono “la madre di tutti gli accordi”.

L’accordo di libero scambio tra l’Unione Europea e l’India rappresenta un punto di svolta per la competitività industriale europea. Non si tratta, come molti vorrebbero credere, di una semplice apertura dei flussi di persone, ma di una vera e propria strategia economica e commerciale volta a garantire l’accesso a uno dei mercati più dinamici e ampi al mondo, stimolando crescita e occupazione in un’Europa caratterizzata oggi da forti tensioni commerciali e mancanza di competenze.

Con oltre 1,45 miliardi di consumatori, l’India si appresta a diventare un mercato privilegiato per l’export europeo, con il potenziale di raddoppiare, se non triplicare, le vendite dei beni UE entro il 2032. Il testo concordato da entrambi le parti prevede l’eliminazione e la riduzione graduale delle tariffe su più di oltre il 96% delle esportazioni, consentendo così alle imprese europee di risparmiare più di 4 miliardi di euro l’anno in dazi utili a migliorare la competitività dei beni prodotti.

L’accordo svolge anche da incentivo a migliorare la mobilità e l’integrazione culturale tra i due Paesi, favorendo così nuove forme di collaborazione industriale e scientifica abbattendo barriere culturali e stereotipi accresciutisi nel tempo. La mobilità, infatti, non si presta a favorire corridoi umani volti a una immigrazione incontrollata, ma riguarderà principalmente lo scambio di professionisti altamente qualificati, studenti universitari e ricercatori, attraverso l’applicazione di visti temporanei utili a migliorare lo scambio di competenze, volte a rafforzare la cooperazione accademica e tecnologica in settori strategici in cui l’Europa deve crescere per restare competitiva in un contesto globale sempre più competitivo e instabile.

L’obiettivo di Bruxells è chiaro: aumentare l’integrazione nelle catene del valore globali, stimolare la produttività interna e rispondere alle tensioni commerciali globali offrendo alle imprese europee nuove opportunità di mercato e alle economie nazionali un’opzione concreta per rafforzare occupazione e innovazione. Qui sorge una domanda spontanea, l’Italia potrà beneficiare da questo accordo?

Il nostro Paese può e deve trarne beneficio dall’accesso privilegiato a uno dei mercati più grandi del mondo e dall’afflusso di talenti qualificati, ma solo se è in grado, nel medio e lungo periodo, di rafforzare i settori industriali strategici, come manifattura avanzata, tecnologia digitale, energia sostenibile e ricerca scientifica.

Senza investimenti mirati in innovazione, formazione accademica e infrastrutture, l’Italia rischia di restare paese di transito dei talenti, incapace di sfruttare appieno le possibilità offerte dall’accordo.

Anche la gestione della mobilità qualificata è fondamentale per l’Italia, non basta promuovere il libero scambio di competenze attraverso la promessa della “bella vita italiana” o del “dolce far niente”: occorre attrare competenze senza comprimere i salari locali e valorizzare maggiori collaborazioni industriali e accademiche. 

L’accordo diventa quindi, anche un test per l’Italia e per la sua capacità di integrare mercato, innovazione e cultura professionale, colmando gap storici rispetto ad altre potenze mondiali. 

Il Free Trade Agreement (FTA) tra UE e India non è solo un’opportunità commerciale, ma un motore strategico per la crescita europea e l’Italia ha l’occasione di usarlo per diventare protagonista dell’innovazione e della competitività globale, trasformando la mobilità dei talenti e l’accesso a nuovi mercati in strumenti concreti di sviluppo nazionale.

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