Una riflessione sugli atenei nell’epoca della surmoderità.
Una vita a velocità 2.00X
Che le società cosiddette ‘occidentali’ stiano subendo, o meno, un deragliamento culturale ed una perdita dei millantati sani ‘valori’ di un tempo (vai poi a capire esattamente a cosa ci si riferisca) è questione dibattuta trasversalmente tra intellettuali, opinionisti, giovani, meno giovani, frequentatori del bar del paese e via dicendo. Il neologismo ‘surmodernità’, coniato dall’antropologo francese Marc Augé, può fungere da grimaldello per orientarci in questo caos di informazioni e discorsi a tratti inaccessibile o estremamente confuso.
Tale termine “allude ad una modernità in eccesso”, determinata da “un eccesso di eventi di cui siamo quotidianamente informati”, “un eccesso di immagini (veicolate dai media)” ed un “eccesso di riferimenti individuali”. Insomma, viviamo in un’epoca determinata dall’abbondanza, in cui i mezzi di comunicazione e di trasporto hanno nel tempo determinato l’annullamento di qualsivoglia distanza spaziale, in cui la realtà stessa viene fatta rientrare in un circolo continuo di produzione e consumo tale da provocare un effetto di alienamento di massa.
Sempre secondo Augé, uno dei tratti tipici di un sistema sociale così dato è la proliferazione dei cosiddetti ‘nonluoghi’, vale a dire tutti quegli spazi che, in contrapposizione ai luoghi antropologi, sono minuziosamente pensati e costruiti per un determinato fine (trasporto, consumo, transito…) e caratterizzati da una mancanza di relazione storico-antropologica tra lo spazio stesso e l’individuo che (non) lo ‘abita’, in cui il peregrinare del singolo è scandito da regole standard ed anonime, comportando la perdita delle sue prerogative e del suo ruolo personale alla stregua di un semplice fruitore/consumatore. Occorre specificare che il ‘nonluogo’, nelle sue accezioni, non corrisponde letteralmente a spazi fisici peculiari (come centri commerciali, aeroporti, stazioni di servizio…); la sua connotazione permette di sfumarne l’impostazione semantica ad ambiti differenti che ricalcano proprio quello che è il suo nucleo concettuale: provvisorietà ed individualismo.
C’era una volta… l’università!
Per questo motivo, a detta di chi scrive, può risultare non del tutto fuorviante e azzardato inserire in questo discorso uno dei ‘templi’ culturali, in senso lato, di cui noi occidentali ci fregiamo e di cui rivendichiamo i natali, ossia quell’istituzione didattico-scientifica pubblica o privata che siamo avvezzi chiamare “università”. Tale etimo deriva dal latino ‘universitas’, ossia, in senso proprio, totalità/universalità; fu poi a partire dal Basso Medioevo che il suo significato si allargò, in Europa, alle prime corporazioni di docenti e studenti spinti dalla volontà di dirimere, discutere e confrontarsi in pubblico su tematiche attinenti alla scienza ed alle arti. Tali momenti di comunità erano tenuti presso lo ‘studium’, ovvero il luogo di aggregazione e di ritrovo, la struttura istituzionale vera e propria che noi oggi definiamo, congiuntamente alla corporazione, sotto la voce di “università”, la quale indica l’una e l’altro. L’evoluzione e la secolarizzazione di questo organismo formativo ha portato ad una moltiplicazione degli ambiti d’interesse, delle facoltà e dei corsi di studio man mano che la ricerca scientifica ed accademica tout court progrediva e si specializzava; arriviamo quindi, con un mastodontico salto temporale, al 2020 che, come tutti sappiamo, è stato, soprattutto, l’anno della pandemia di COVID-19.
Il digitale che avanza, imperterrito
Ciò che ci interessa ai fini dell’argomentazione è stato l’impatto che tale evento ha avuto sul modo di fare e concepire l’università: ogni studente/studentessa che ha vissuto sulla propria pelle l’impatto della pandemia conserva nitidamente tra i propri ricordi le infinite procedure, regole e raccomandazioni che ognuno, quantomeno in teoria, era tenuto ad osservare dall’entrata in università fino alla dipartita dalla stessa. Un clima di generale distacco, fisico e simbolico, che ha profondamente snaturato, a causa dell’emergenza in corso, quel senso di appartenenza e comunità sottostante il concetto di istituzione universitaria come volevano i suoi padri fondatori. Nondimeno, questo spiacevole evento ha comportato, oltre alle fastidiosissime restrizioni spaziali e normative, l’implementazione e, in alcuni casi, la creazione (su incombente necessità) dell’offerta formativa online per sopperire alla chiusura delle aule o dell’intero ateneo. Una pratica che alcuni istituti hanno cercato di sviluppare anche a pandemia superata viste le potenzialità di tale sistema in rete. A tal proposito risulta significativo, senza ridurre il tutto ad una semplice correlazione tra causa ed effetto, l’enorme successo raggiunto di recente dalle università telematiche.
Un successo (per ora) inarrestabile
Secondo un’indagine di AteneiOnline, il numero di studenti iscritti in questo ultimo lustro agli atenei telematici sono quasi triplicati, con una crescita regolare dettata anche dall’ampliamento repentino dell’offerta didattica. Dall’essere una possibile alternativa all’impostazione classica, la formazione telematica diviene per alcuni la scelta primaria: quasi uno studente su cinque oggi opta per i corsi online. Ciò che emerge inoltre da questa analisi è l’alto tasso di rendimento sia in termini di laureati in corso, sia in termini di conseguimento del titolo di laurea in generale, superando talvolta gli istituti tradizionali. Risulta inoltre da un articolo in materia di Redazione Scuola su IlSole24ore che, sul totale degli intervistati, “l’88,8% dei rispondenti ha (…) dichiarato che qualora lo stesso percorso di studio online fosse stato offerto da una università pubblica avrebbe preso in seria considerazione questa opzione, confermando ulteriormente come gli atenei digitali sopperiscano oggi a un bisogno di flessibilità e accessibilità al quale – salvo rare eccezioni – gli atenei tradizionali tardano a rispondere”. Tale scelta sarebbe determinata soprattutto dalla possibilità di bilanciare in maniera più equa vita privata, lavoro, interessi e studio, nonché la possibilità di seguire le lezioni e sostenere esami in modalità asincrona, senza vincoli spaziali.
Riflessione finaleEd è qui che si pone il dilemma: in nome della comodità e/o della sacrosanta possibilità di poter terminare o intraprendere un percorso accademico secondo i propri bisogni, cosa si rischia di tralasciare? O meglio, una volta che la formazione universitaria diviene sempre più personalizzata, individualizzata, digitalizzata ed orientata principalmente al conseguimento di un titolo nella speranza di poter anelare o acciuffare il prima possibile un posto di lavoro sicuro e ben remunerato, possiamo ancora continuare a parlare di università come vocazione comunitaria oltre che formativa? Da qui potrebbe essere giustificata la corrispondenza del nonluogo per esprimere un prototipo d’istituto didattico-scientifico spogliato della sua essenza fisica e del suo carattere sociale, in cui l’esperienza universitaria si articola anche in quei piccoli e disparati momenti critici ed informali che vanno dallo scambio dei riassunti, il caffè dopo lezione, le pause sigarette, le crisi di nervi per quell’esame insuperabile, la sessione che non finisce più ed altre situazioni tipo che ne determinano il carattere propriamente ‘umano’. Eliminare ciò significa disintegrare la relazione sociale; significa, proprio come in un nonluogo, concepire l’individuo non più come studente con tutto quello che ne consegue, ma un semplice utente votato al consumo di informazioni nel più breve tempo possibile ed a portata di mano senza quegli intoppi fondamentali che un’esperienza condivisa porta con sé.