Dai rendimenti storici controversi al ruolo strategico nel portafoglio: perché l’oro serve a proteggere il capitale, non a battere il mercato.
Negli ultimi mesi l’oro ha avuto una crescita che ha destato la curiosità di molti investitori e non solo: ha avuto anche un grande impatto sui governi che ne possiedono grandi riserve e su tutta la popolazione che, chi più chi meno, conserva questo minerale in casa.
Il mito dell’oro
Le tesi maggiormente sostenute dalle persone che decidono di non investire nell’oro si fondano principalmente sul fatto che per un periodo di circa 30 anni, dal 1980 al 2010, i ritorni totali sono stati pessimi rispetto al S&P 500:
- Oro +197%
- S&P 500 +8.242%
È un intervallo sfavorevole per l’oro perché partendo da un massimo storico, in pratica mostra i rischi di comprare il metallo nel momento sbagliato. Se si considerano altri periodi l’S&P 500 spesso prevale, ma il divario non è così drasticamente ampio. Tuttavia, avere un asset che ha sottoperformato per 30 anni, con ritorni annuali del 2,8% con 3,1% di inflazione annua, allontana molte persone.
Inoltre, l’oro è spesso definito decorrelato e, soprattutto, non genera cash flow. Se la decorrelazione può funzionare come diversificazione, l’assenza di flussi implica che il prezzo dipenda in larga misura da domanda/offerta finanziaria.
L’oro nei portafogli
Dall’analisi precedente abbiamo compreso che l’oro, di per sé, non è un asset che genera ritorni superiori alla media nel lungo termine. Dunque, qual è la sua reale funzione? Perché se ne parla così tanto?
Il vero valore dell’oro emerge quando viene inserito all’interno di un portafoglio diversificato, non come motore principale di performance. Un esempio perfetto è il Golden Butterfly Portfolio, composto da 40% da azioni, 20% da bond a lungo termine, 20% da bond a breve termine e 20% da oro. Questo portafoglio è stato spesso citato come una delle strategie più efficienti in circolazione: grazie al metallo giallo riesce a ottenere rendimenti quasi comparabili al mercato azionario, ma con una volatilità decisamente più contenuta. Il merito è di una caratteristica distintiva dell’oro: la sua decorrelazione. Storicamente, durante le crisi in cui le azioni crollano, l’oro tende a salire, fungendo da contrappeso.
Bisogna fare attenzione però: decorrelazione non significa correlazione inversa. È qui che si rivela la natura asimmetrica di questo asset. Quando i mercati sono euforici, l’oro spesso ristagna frenando la performance complessiva. Quando le azioni soffrono, questa asimmetria viene in funzione e si apprezza, mantenendo le performance del portafoglio elevate. In sintesi, funge da ammortizzatore.
La strategia di questo portafoglio richiede l’intervento da parte dell’investitore per incassare i picchi dell’oro e reinvestirli in azioni a prezzi di saldo. Senza questa manutenzione attiva, si perde gran parte del vantaggio matematico della strategia. Ci sono però due problemi, oltre al fatto che è decisamente poco pratico se si detiene oro fisico. Il primo è che, nonostante venga definito come un lazy portfolio, bisogna essere vigili e dover bilanciare quando l’oro ha dei movimenti improvvisi. Il secondo è che la fiscalità può ridurre l’efficacia del ribilanciamento a causa delle plusvalenze.
In sostanza, l’oro entra in gioco quando c’è una situazione di panico, i mercati sono incerti e c’è molta instabilità generale; mentre quando tutto funziona bene tende a sottoperformare, trascinando i guadagni leggermente verso il basso.
Il ritorno dell’oro istituzionale
Oltre a tutte le famiglie d’Italia e agli investitori retail, l’oro viene comprato anche in grande parte dai governi.
L’oro ha sempre avuto un grande legame con le istituzioni. Originariamente era detenuto in quanto corrispettivo del dollaro in circolazione, fino al 1971, quando Nixon decise di scollegare questi due beni. Infatti, dal momento in cui l’oro non fu più collegato alla moneta, si rivelò il suo vero valore e fino agli anni 80’ ci fu una crescita elevata. Oggi, anche senza la convertibilità diretta, i governi continuano ad accumularlo: l’oro funge da garanzia e da assicurazione in caso di crisi o inflazione. Quindi, come abbiamo visto prima, dà il suo meglio in queste situazioni.
In particolare, l’Italia detiene ne 2.452 tonnellate e si colloca come terzo paese al mondo con più oro nelle proprie casse dopo USA e Germania. È un patrimonio che ha beneficiato di questo rally, passando da circa 150 miliardi nel 2023, a circa 380 miliardi in questi ultimi giorni. Tuttavia, è bene ricordare che questa ricchezza è istituzionalmente vincolata: rappresenta una garanzia per la stabilità della valuta e non un può essere liberamente utilizzabile per le spese correnti.
Conclusione
Il rialzo dell’oro tende a intensificarsi quando si sovrappongono incertezza geopolitica, inflazione e acquisti delle banche centrali. Nelle fasi in cui questi fattori convivono, l’oro diventa un attore principale, non tanto come alternativa migliore alle azioni, ma come strumento di protezione.