Gli elementi decisionali di cui non si parla molto.
Se sei ad inizio carriera, ci sono due possibili scenari che starai affrontando.
O c’è quel mix fatto di inquietudine, leggera procrastinazione dei problemi e mancanza di voglia di affrontare la domanda “come dovrei impostare la mia carriera?”. Oppure potresti invece essere tra quelli che “si informa”, che ha un obiettivo lontano e che vuole fare il percorso migliore possibile per arrivarci. Le vie di mezzo non mancano, sia chiaro.
Ovunque tu sia, questo articolo vuole contribuire al Justin Bieber dei dibattiti di carriera:
“meglio iniziare da multinazionali o da startup?”
E vogliamo farlo andando oltre i già tanti articoli che avrai letto riguardo a “nelle multinazionali si va più lenti ma c’è più stabilità” o “nelle startup hai più impatto”. Qui infatti ci concentriamo solo su elementi di cui non si parla spesso e che comunque influenzano la decisione. Andiamo.
Il rischio carriera
L’elefante nella stanza che qui affrontiamo è il “rischio carriera”, espressione con cui ci riferiamo al pericolo di costruirsi un CV o un profilo non ben rivendibile in prospettiva, col pericolo di affossarci in un destino di “percepita irrilevanza”. In altre parole, la “probabilità di finire a spendere la nostra vita lavorando senza un vero ritorno”. E sottolineiamo “vero” perché la gen Z è la generazione dell’essere, pertanto non è mica facile determinare un ritorno che sia quello che vogliamo davvero.
La gen Z ha una paura matta del rischio carriera, dell’irrilevanza proveniente dal fare un lavoro che non conta nulla, delle ricompense per cui non vale la pena lavorare, perché queste sono palesi violazioni della voglia di “essere” della gen Z.
Il risultato? Semplificando, è la forsennata ricerca di certezze (1) e di uno status (2).
Se si sceglie senza una costosa presa di coscienza, si punta su ciò che sembra certo (1) e si valuta euristicamente la bontà delle opportunità di carriera dal quanto esse ci rendono qualcuno di riconoscibile dagli altri (2). In una partita del genere, le multinazionali vincono a mani basse con il cosiddetto brand premium, ossia quel mix di riconoscibilità assicurata, heritage quasi seducente e aura da “posto in cui essere” in un mare di incertezze.Dal brand premium discendono poi varie cose.
Da questa equazione mancano, a nostro avviso, due input decisionali che possono cambiare le carte in tavola:
- la probabilità di “pescare la posizione giusta”
- una vera strategia di career risk management
Pescare la posizione giusta
Tanta dell’irrilevanza di un lavoro la fanno i task di cui ci occupiamo e la qualità del team in cui siamo. Lo scenario ideale è quello di una posizione in cui i task sono commisurati a ciò che professionalmente e umanamente ci motiva, e di un team in cui colleghi e manager siano persone che ci facciano crescere, in breve.
Ebbene, avere un qualche controllo sul dove finirai tra gli anfratti di una multinazionale è davvero improbabile. Le loro job description tendono ad essere poco credibili, dal momento che i team HR operano per formare dei talent pools da cui assicurarsi una certa disponibilità di profili pronti a disposizione per far fronte al turnover. Potrai scegliere la battaglia, ma non la guerra (perdona la metafora molto attuale).
Riguardo al team, non tutti i manager sono rockstar o garanzie di un lavoro appagante sotto tutti i punti di vista. C’è variabilità e azzeccare il manager è un esercizio di buona sorte.
In startup, nelle job description potresti trovare nome e cognome del hiring manager, descrizioni abbastanza poco ambigue dei task e da una smanettata su LinkedIn potresti identificare anche i tuoi potenziali colleghi. I minori livelli di complessità rendono tutto più identificabile.
Immaginarti nel tuo nuovo lavoro non sarà mai così facile come lo è in questo caso.
Il career risk management
Le regole auree del risk management sono chiare:
- Prendi i rischi che, anche nello scenario peggiore, ti fanno cadere in piedi.
- Prendi i rischi che, con una strategia di mitigazione, puoi ridurre o contenere anche nei suoi scenari peggiori.
Letta in questi termini, davvero sono necessariamente le multinazionali la strategia dominante di gestione del rischio carriera?
Le startup, se sono un rischio, fanno decisamente cadere in piedi: la maggiore exposure, lo sviluppo di una vera capacità di gestione dell’incertezza e di problem solving quando c’è emergenza reale, lo sviluppo dell’imprenditorialità quando ci sono poche risorse etc. Queste sono cose che rimangono anche dopo il write-off di una startup che ti assume.
Le startup, se sono un rischio, sono un rischio mitigabile: spendi del tempo a cercare startup che stanno crescendo notevolmente in classifiche autorevoli (ex. Sifted), a conoscerne i founder, a parlottare con i dipendenti, facendo reference checks come i Venture Capitalists. Usa tutti i modi che hai per rispondere alla domanda “in che posto finirei se fossi là?”.
Le startup, se sono un rischio, non precludono un piano B: immagina che una startup ti assuma, ti tenga due anni e poi chiude i battenti prima ancora di farsi conoscere. Sarebbe uno scenario apocalittico. Ammesso che te la sia scelta bene (vedasi sopra), avresti tutte le possibilità per rigiocarti le multinazionali. Per superare gli screening, punta a ottenere una referral dimostrando la fame e l’impatto che hai avuto in una realtà in costante caos. Per rispondere alle behavioral questions, usa gli aneddoti (assurdi) sviluppati combattendo contro i continui “no”, i “forse” e la stanchezza data dalle troppe priorità. Per i colloqui tecnici, usa anche solo un decimo della tolleranza della fatica e del problem solving che avrai sviluppato in startup per arrivare alle interviews chirurgico/a come pochi. Tutto il resto sono dettagli.
Status o sostanza?
Insomma, lo avrai capito: il nemico è il rischio carriera. E sarà sempre lì. Potrai solo decidere di gestirlo o meno. Lo status è un modo di gestirlo nel breve termine. La sostanza è il modo di gestirlo nel lungo termine. Se la sostanza per te sia nelle multinazionali o nelle startup, sta a te capirlo. Dunque il consiglio è di collezionare e analizzare dati, sperimentare e agire di conseguenza. Senza partito preso o “sentito dire” di carriera.
Una chiosa finale molto pratica e poco poetica: il dilemma non si porrà prima che tu sbarchi definitivamente sul mercato del lavoro. Infatti, le multinazionali sono fatte per gestire turnover e periodi di assunzioni brevi come stage curriculari, le startup generalmente no. Buona sperimentazione.