Non è una novità che esista un divario occupazionale tra Nord e Sud del Paese, e che a soffrirne maggiormente siano i giovani. Tra precarietà, cambiamento climatico, scarsa modernizzazione ed investimenti esigui la situazione non migliora abbastanza velocemente, e nel futuro si rischia uno squilibrio ancora maggiore di quello attuale. Sono dunque necessarie politiche che creino lavoro al Sud per i giovani, affinché possano scegliere di rimanere.
Dati alla mano
Il numero dei giovani presenti in Italia è crollato drasticamente negli ultimi dieci anni. Si calcola che la popolazione italiana tra i 15 e i 34 anni sia diminuita di circa 750mila unità. Attualmente i giovani sono circa 12 milioni. La contrazione ha riguardato soprattutto le regioni del Centro-Sud, con un maggior rilievo nelle provincie del Sud Sardegna, di Oristano e di Isernia, dove si registrano punte negative tra il 25% e il 21%. La situazione è meno critica al Nord, anche grazie alla presenza di stranieri e meridionali emigrati nelle città settentrionali, ma complessivamente l’Italia negli ultimi vent’anni ha perso circa un quinto dei suoi giovani, diventando ultima in Europa per presenza di individui sotto i 35 anni.
Si parla ovunque di inverno demografico e bassa natalità. Se in Italia la situazione generale è già critica, nelle regioni meridionali è ancora peggiore. Per risolvere il problema della natalità occorre prima però capire il motivo per il quale i giovani al Sud non rimangono. A cosa è legato l’abbandono di massa? La risposta a questa domanda sembrerebbe essere il mercato del lavoro.
Il mercato del lavoro
La disoccupazione giovanile non è un problema solo italiano. Nel 2022 in Unione Europea risultava disoccupato l’11,3% dei giovani (fascia 15 ed i 34 anni). Nello stesso anno, l’Italia si posizionava terza in Europa, con il 18% di giovani disoccupati, superata solo da Grecia e Spagna.
A peggiorare le cose, quando si trova lavoro nel settore privato, le retribuzioni sono basse: nel 2022 la retribuzione lorda media annua era di circa 15mila euro con oscillazioni fino ai 20mila euro annui per i contratti stabili, e dai 6 ai 9mila euro per i contratti a termine o stagionali. Decisamente non abbastanza per mantenersi autonomamente.
Per avere maggiori certezze molti cercano lavoro nel settore pubblico, tradizionalmente ritenuto stabile e continuo nel tempo, ma recentemente sempre meno saldo. Qui la retribuzione annua è decisamente più elevata, arrivando a toccare la media di 23mila euro nel 2022.
Date le condizioni, sono tantissimi i giovani che optano per l’espatrio: nel 2022 sono stati circa 18mila, molti dei quali provenienti dal Sud Italia e dalle Isole, dove la disoccupazione giovanile è pari a tre volte quella del Nord. Il territorio si è dunque molto impoverito di capitale umano e i processi di cambiamento e modernizzazione ne hanno risentito fortemente.
Il ruolo dell’istruzione nella specializzazione dei lavoratori
Per ridurre il divario è fondamentale il ruolo dell’istruzione e della ricerca, e diventa indispensabile arginare il fenomeno dell’abbandono scolastico. Spesso tra formazione e mercato del lavoro c’è una relazione inadeguata, e i giovani trovano scarse applicazioni delle proprie competenze nel luogo dove sono nati.
Ma le aziende al Sud ci sono, e il numero di imprese innovative è cresciuto molto negli ultimi anni, anche superando la media nazionale del 25%. Ciò di cui c’è un’enorme scarsità è il capitale umano specializzato, che come già detto è emigrato per trovare condizioni più agevoli al Nord d’Italia o all’estero.
La scarsa digitalizzazione
A seguito della pandemia si era iniziato a parlare di south working. Molti meridionali (soprattutto uomini laureati tra i 18 e i 35 anni), fuggiti al Nord per cercare lavoro, sono tornati a lavorare in smart working al Sud, dove c’è però un grande problema legato alla digitalizzazione, il cui livello è fermo al 55,8% delle imprese, rispetto al 64,5% del Nord. Inoltre, solo il 60% delle famiglie meridionali ha accesso a una connessione internet veloce. Questa percentuale non è distribuita uniformemente sul territorio: nelle zone rurali la copertura è bassa, quasi assente.
L’economia e i problemi legati al cambiamento climatico
Dunque, ci sono evidenti carenze infrastrutturali e legate alla formazione, ma le difficoltà che rendono problematica la vita lavorativa dei giovani al meridione non finiscono qui.
L’economia del Sud è tutt’oggi basata maggiormente su settori tradizionali come l’agricoltura, poco attrattiva e spesso indebolita fortemente a causa degli effetti del cambiamento climatico sul territorio.
Al Sud, infatti, l’aumento delle temperature, la diminuzione delle precipitazioni e l’aumento di fenomeni climatici estremi sta portando a conseguenze tangibili sull’economia locale. L’innalzamento delle temperature – compresa quella del mare – inficia la disponibilità e la varietà dei prodotti agricoli e ittici, mettendo a severo rischio le colture classiche come ulivi, agrumi e cereali, e riducendo la biodiversità. La grave riduzione delle riserve idriche soprattutto in Sicilia, Puglia, Basilicata e Calabria determina una minore disponibilità di acqua sia per uso civile che industriale.
Quindi, anche per i giovani che vorrebbero – come già succede al Nord – dedicarsi a un’agricoltura moderna, esistono barriere difficilmente superabili.
Soluzioni
Ciò che diventa dunque necessario è una formazione professionale adeguata, che risponda alle esigenze dei territori: investimenti nella ricerca e nell’innovazione; sostegni a nuove aziende meridionali che favoriscano un dinamismo delle imprese; investimenti su infrastrutture e sui settori sostenibili, che facciano fronte alle nuove realtà causate dal cambiamento climatico, oltre a incentivi per le imprese che assumono giovani.