I danni della crisi climatica sul futuro del lavoro in Italia


Agricoltura a rischio, turismo in calo e danni alle imprese causati da eventi estremi: l’economia del nostro Paese – se non si corre ai ripari con interventi significativi della comunità internazionale – è destinata a subire le conseguenze della crisi climatica, compromettendo così il futuro del lavoro, specie per quanto concerne i tassi di occupazione.

L’impatto ambientale sull’economia italiana

A causa della posizione geografica al centro del Mediterraneo, con temperature che saranno il 20% più alte rispetto alla media globale entro il 2030, il clima italiano si sta trasformando gradualmente in un ambiente tropicale.

La Penisola sarà così sempre più predisposta ad eventi estremi che, secondo la European Environment Agency, dal 1980 al 2020 hanno già causato circa 91 miliardi di euro in danni, di cui 30 miliardi solo nel 2020: si stima che il dato sarà destinato a crescere ulteriormente negli anni successivi.

Un aumento delle temperature medie danneggerebbe intere filiere, in primis il settore del turismo, dalle spiagge del sud alle montagne nel centro e nel nord del Paese. Secondo Banca d’Italia, se le previsioni sull’andamento delle temperature si trasmutassero in effettività, il 30% degli impianti sciistici sarebbe costretto a chiudere, non potendosi permettere le operazioni di spargimento di neve artificiale sulle piste durante tutta la stagione invernale.

Stessa sorte toccherebbe alle spiagge del Sud nella stagione estiva, meno attrattive a causa delle temperature sopra i quaranta gradi, che spingerebbero i turisti a cercare mete esotiche, soprattutto nei paesi nordici, che quest’estate hanno registrato il picco storico di arrivi: lo conferma in una ricerca ENIT, affermando che più del 51% dei turisti è influenzato dal cambiamento climatico nelle proprie decisioni sulle mete vacanziere.

Un altro comparto danneggiato dalla crisi climatica sarà il settore agricolo: gli eventi climatici estremi potrebbero danneggiare il raccolto, ma l’aumento delle temperature comporterebbe la morte degli insetti impollinatori, fondamentali per la coltivazione dei nostri prodotti tipici. I picchi di calore in estate potrebbero far scomparire nei terreni agricoli tutti gli organismi biologici necessari a rendere il terreno fertile, provocando una desertificazione definitiva di alcune zone. Secondo il CNR già il 21% dei territori italiani corre questo serio rischio a causa dello stress idrico, con picchi che raggiungono il 70% in regioni come la Sicilia.

Le conseguenze sul futuro del lavoro

I dati dell’Unione dei Coltivatori Italiani affermano che il peso complessivo del settore agricolo sul sistema economico nazionale è di poco superiore al 2% del Pil, in valori correnti, così come l’incidenza dell’intero sistema agroalimentare si mantiene salda sul 15% dell’intera economia, generando un valore complessivo di 676 miliardi di euro. 

Secondo l’INPS, nel 2022, gli occupati nel settore si attestavano intorno alle 170 mila unità, con una decrescita prevista per l’anno successivo. Le conseguenze del riscaldamento globale accentuerebbero la crisi di una filiera produttiva già in difficoltà, ma di grande importanza per l’economia del nostro Paese.

Dati alla mano, per quanto riguarda il turismo, il quadro si fa ancora più preoccupante: il nostro Paese ha visto l’arrivo di 235 milioni di turisti stranieri nel 2024, con ben 28 miliardi di euro spesi solo nei primi 9 mesi dell’anno. Il settore rappresenta il 10,8% del Pil italiano, generando il 13% dell’occupazione, pari a più di un milione e mezzo di lavoratori.

Analizzando l’ultimo rapporto dell’ONU sui cambiamenti climatici, è ragionevole pensare che la crisi climatica sia capace di produrre effetti tali da mettere a rischio questi due settori, che costituiscono insieme una fetta significativa del Pil, producendo conseguenze negative non solo per le casse dello Stato, ma soprattutto per i consumatori e per i lavoratori, sia dipendenti che autonomi.

Le strategie per tutelare l’occupazione

Per tutelare l’agricoltura e il turismo l’Italia da sola non può fare molto: per fermare le conseguenze negative sul Pianeta, la comunità internazionale deve mostrarsi compatta verso una transizione ecologica. Così non sembrerebbe però stando ai risultati della COP29 di Baku, che ha visto i paesi industrializzati prendere sempre meno impegni rispetto all’obiettivo comune di portare le emissioni di CO2 allo zero assoluto.

Tenendo conto che i due comparti in questione hanno un basso valore aggiunto, l’Italia per tutelarsi, oltre a investire nella ricerca, per scoprire nuove soluzioni contro i cambiamenti climatici, dovrebbe creare alternative occupazionali in settori ad alto valore aggiunto, creando sbocchi di lavoro per professionisti e giovani laureati, che spesso sono costretti a emigrare dal nostro Paese.

L’Italia, come dimostrano i dati, non può vivere di agricoltura e turismo, e la crisi climatica non farà altro che esacerbare la condizione di alcuni territori, destinati alla desertificazione, nei quali sarebbe opportuno indirizzare risorse per la nascita di stabilimenti produttivi ad alto valore aggiunto. Entrando nel merito, convertendo, se necessario, impianti destinati al turismo e all’agricoltura in laboratori per la ricerca e stabilimenti industriali, come già avvenuto in alcune parti del mondo, tra cui la vicina Spagna.

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