Il paradosso della leadership: guidare senza imporre


La celebre massima di Gabriele D’Annunzio recita: “L’arte di comandare è di non comandare”

In altre parole, la vera leadership consiste nel saper ispirare l’azione senza impartire ordini. Questo apparente paradosso racchiude un principio fondamentale della leadership moderna: i grandi leader guidano senza dover imporre continuamente la propria autorità.

In un contesto aziendale sempre più complesso e dinamico, la leadership efficace non si fonda più sul controllo gerarchico tradizionale. Come osserva Ken Blanchard, un tempo “un leader era un capo”, mentre oggi deve essere un partner dei suoi collaboratori, non potendo più affidarsi solo al potere del ruolo​

Influenzare con l’esempio, l’empatia e una visione ispiratrice si sta rivelando molto più efficace che comandare e controllare ogni dettaglio. Il vero leader crea un clima di fiducia, dove i membri del team scelgono di seguirlo non perché costretti, ma perché ispirati.

Autorità vs autorevolezza

In passato molti manager si affidavano al titolo e alla posizione gerarchica per farsi obbedire. Questa è l’autorità formale, che può certamente indurre le persone a eseguire ordini, ma difficilmente genera entusiasmo o impegno genuino. Un capo che impone decisioni dall’alto potrà ottenere un’obbedienza di facciata, mentre sotto la superficie possono serpeggiare risentimento e sfiducia.

L’autorevolezza, al contrario, è la qualità che fa sì che le persone seguano un leader per rispetto e convinzione, non per timore. Si costruisce dimostrando competenza, coerenza e integrità nelle azioni quotidiane. Un leader autorevole ascolta i propri collaboratori e guadagna credibilità sul campo, creando un clima in cui le idee circolano liberamente e il team si sente valorizzato. Di conseguenza, i collaboratori seguono le indicazioni non perché devono, ma perché ci credono.

Il passaggio dall’autorità imposta all’influenza guadagnata non è solo una scelta etica, ma produce anche risultati tangibili. Studi sul mondo del lavoro indicano che i team guidati dalla fiducia ottengono performance superiori: i dipendenti in organizzazioni ad alta fiducia sono più produttivi, collaborano meglio, soffrono meno lo stress e tendono a rimanere più a lungo in azienda​

Al contrario, un ambiente dominato dal controllo e dalla paura inibisce la creatività e spinge le persone a fare solo il minimo indispensabile.

Guidare con l’esempio

Uno dei modi più potenti per influenzare senza imporre è il leading by example, ovvero guidare con l’esempio. Le persone osservano attentamente i comportamenti dei propri leader: ogni azione coerente con i valori proclamati rafforza la fiducia, mentre ogni incoerenza la mina. Se un dirigente predica il “gioco di squadra” ma agisce in modo egoistico, il messaggio che arriva ai collaboratori è di ipocrisia e finirà per demotivarli.

Al contrario, quando il leader è il primo a incarnare i principi che chiede agli altri – dalla puntualità all’impegno, dall’etica del lavoro al rispetto verso tutti – crea un effetto emulazione positivo. In un aforisma si riassume bene questa idea: “un capo dice: ‘Vai!’, un leader dice: ‘Andiamo!’”

Questo sintetizza la differenza: il leader autentico lavora fianco a fianco con la squadra, mostrando nei fatti come raggiungere un obiettivo. Un simile approccio genera rispetto e motivazione: i collaboratori saranno più propensi a dare il massimo perché vedono il loro responsabile fare lo stesso.

Empatia e ascolto attivo

Nell’arsenale della leadership “soft” un ruolo chiave spetta all’empatia. Un leader empatico sa mettersi nei panni dei propri collaboratori, comprendendone motivazioni, difficoltà e aspirazioni. Questa capacità di ascolto attivo crea un legame di fiducia: i membri del team si sentono capiti e rispettati come persone, non trattati solo come ingranaggi produttivi.

Praticare l’empatia in azienda significa, ad esempio, essere disponibili ad ascoltare le preoccupazioni di un dipendente senza giudicarlo, oppure riconoscere i meriti individuali e tener conto delle emozioni altrui nelle decisioni. Un manager che dedica tempo a raccogliere feedback e idee dai collaboratori dimostra di valorizzarne il contributo. Ciò genera coinvolgimento e lealtà: quando le persone percepiscono un interesse genuino nei loro confronti, tendono a ricambiare con maggiore impegno e creatività. Non a caso, in un sondaggio recente, il 23% dei lavoratori ha dichiarato che offrirebbe più idee e soluzioni e il 21% sarebbe disposto a fare ore extra se si fida pienamente dei propri leader​

L’empatia e l’ascolto, dunque, non sono solo virtù morali ma leve concrete di performance e innovazione.

Servant leadership: servire per guidare

Tra i modelli teorici che incarnano il principio del “guidare senza imporre” c’è la servant leadership, ovvero la leadership di servizio. Concettualizzata da Robert K. Greenleaf negli anni ’70, questa filosofia invita i leader a mettersi al servizio dei propri collaboratori. Invece di partire dal comando, il leader-servitore parte dall’ascolto dei bisogni altrui e dalla volontà di aiutarli a crescere.

Un leader che pratica la servant leadership mette le esigenze del team al primo posto, facendosi carico di rimuovere ostacoli e fornire supporto​

L’idea centrale è che un leader efficace è, prima di tutto, un servitore della sua squadra e dell’organizzazione: il suo successo è misurato dal successo delle persone che guida. In alcune aziende si usa dire che “il leader mangia per ultimo”: una metafora (presa in prestito anche dall’ambito militare) che indica come i migliori capi si preoccupino di soddisfare prima i bisogni del team e solo dopo i propri. Questo approccio richiede umiltà e generosità, ma produce un forte senso di appartenenza nel gruppo. Quando i collaboratori vedono che il loro responsabile si prende cura sinceramente del loro benessere e sviluppo, tendono a ricambiare con fiducia e impegno straordinari.

Leadership trasformazionale: ispirare il cambiamento

Un altro modello di leadership evoluta è la leadership trasformazionale, introdotta dallo studioso James MacGregor Burns e sviluppata da Bernard Bass. In questo approccio il leader non si limita a gestire l’esistente, ma punta a trasformare il suo team ispirandolo con una visione coinvolgente. Bass descrisse la leadership trasformazionale come “una relazione di mutua stimolazione ed elevazione che converte i seguaci in leader”

In pratica, il leader trasformazionale riesce a far emergere il meglio dalle persone, spingendole a superare i propri interessi individuali per abbracciare uno scopo più alto.

Questo tipo di leader guida principalmente attraverso l’ispirazione e l’esempio. Egli dipinge una meta chiara e appassionante che funge da stella polare per il gruppo; stimola l’innovazione sfidando lo status quo, ma al tempo stesso presta attenzione alle esigenze di crescita di ciascun individuo. Un leader trasformazionale non dirà mai “si fa così perché lo dico io” — piuttosto coinvolge i collaboratori nel perché del cambiamento, accendendo in loro passione e senso di appartenenza alla missione comune. Il risultato è che le persone non si limitano ad eseguire compiti, ma diventano a loro volta agenti attivi del cambiamento: più proattive, creative e motivate, perché si sentono parte di qualcosa di importante.

Conclusione

In conclusione, il paradosso della leadership consiste proprio in questo: rinunciare alla tentazione di imporre un controllo assoluto, per guadagnare qualcosa di più prezioso – la fiducia e l’impegno volontario dei collaboratori. Ciò non significa abdicare al proprio ruolo o alla disciplina organizzativa; significa invece esercitare una forma di autorità più sottile e duratura, fondata sul rispetto reciproco e sull’influenza positiva.

Le organizzazioni contemporanee hanno bisogno di leader capaci di ispirare, ascoltare e coinvolgere. Guidare senza imporre richiede coraggio, perché implica affidarsi agli altri, dare autonomia e accettare il rischio di qualche errore lungo la strada. Ma è proprio in questo spazio di fiducia che le persone danno il meglio di sé. Un leader che sa guidare in questo modo crea una cultura aziendale viva, in cui tutti si sentono parte di una visione condivisa e responsabili del successo comune. In definitiva, la grandezza di un leader si misura anche da questo: se togliessimo la sua autorità formale, quante persone continuerebbero a seguirlo per scelta?

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Federico Lobuono è il Presidente de La Giovane Roma, membro dell’Ufficio di Gabinetto del Sindaco di Roma, consulente per il settimanale l’Espresso e il mensile Forbes, eletto nella direzione della Federazione…