Imprese e giovani: un binomio su cui investire


Il 25 settembre 2015 l’Assemblea Generale ONU ha approvato l’Agenda 2030, in cui sono elencati i 17 Obiettivi per lo sviluppo sostenibile, inseriti all’interno di un programma d’azione più vasto costituito da 169 target da raggiungere in ambito economico, ambientale, sociale e istituzionale. Gli obiettivi fissati hanno validità globale, riguardano tutti i Paesi e le componenti della società, dalle imprese private al settore pubblico. 

L’Obiettivo 8 dell’Agenda intende mirare ad una crescita economica inclusiva e sostenibile, anche attraverso politiche che supportino le attività produttive, l’imprenditorialità, la creatività e l’innovazione, la formalizzazione e la crescita delle micro, piccole e medie imprese, mediante l’accesso ai servizi finanziari. In questo contesto l’imprenditoria giovanile può fare la differenza: le imprese giovanili sono un importante motore di crescita per l’Italia, perché riescono ad apportare energia, entusiasmo e nuove prospettive al mercato.

Numeri e trend 

Giuridicamente, la definizione di “impresa giovanile” è attribuita in base alla presenza di vari requisiti: per quelle individuali è necessario che il titolare abbia un’età non superiore a 35 anni; nel caso di società di persone o di società cooperative, che almeno il 50% dei soci sia costituito da persone fisiche di età non superiore ai 35 anni; infine, nel caso di società di capitali, che la maggioranza dei componenti dell’organo di amministrazione sia costituita da persone fisiche di età non superiore a 35 anni e la maggioranza delle quote di capitale sia detenuta da persone fisiche aventi lo stesso requisito anagrafico. 

Secondo una recente analisi di Unioncamere, sono 486mila le imprese giovanili italiane, impegnate soprattutto nei settori più tradizionali come l’agricoltura, il commercio, nonché i servizi di alloggio e ristorazione. Dieci anni fa le imprese ‘under 35’ rappresentavano l’11,8% di tutte le imprese complessivamente esistenti in Italia, oggi la situazione è mutata in senso negativo: negli ultimi dieci anni, ogni giorno, l’Italia ha perso 42 imprese giovanili, sia per superamento della soglia di età degli amministratori, sia a causa delle chiusure. L’analisi sulla nascita e mortalità delle imprese giovanili mostra così l’inevitabile trasformazione del tessuto imprenditoriale italiano, spinta anche dall’inverno demografico in cui è entrata la nostra società. 

Ri-pensare per ri-creare 

Il calo ha interessato quasi tutti i settori economici, tuttavia le giovani imprese hanno trovato la giusta resilienza per ricomporre la nuova mappa settoriale di riferimento: questa mostra chiaramente una maggiore presenza nei settori che richiedono competenze specializzate e margini considerevoli di innovazione. 

Il presidente di Unioncamere, Andrea Prete, sostiene che i giovani scelgono di fare impresa puntando su attività dove il valore aggiunto della tecnologia rappresenta un fattore distintivo e competitivo e saluta con favore l’ascesa giovanile nel mondo dell’agricoltura e dei servizi alle imprese. Le tendenze, però, mostrano che la volontà personale non basta: occorrono politiche mirate che facilitino l’accesso al credito, corroborino la fase di avvio, puntino alla semplificazione burocratica e soprattutto supportino le procedure d’acquisizione delle competenze necessarie per operare in settori ad alta intensità di specializzazione e innovazione, proprio come auspicato dall’Agenda 2030. 

L’assenza di supporto istituzionale nei confronti delle imprese giovani rischia di frenare lo sviluppo del Paese. Non si parla solo di istituzioni politiche: sarebbe necessario ripensare l’intero sistema educativo, a partire da quello scolastico. La scuola italiana dà per scontata la volontà di essere dipendenti, non educa al fare impresa. Apprendere l’ars imprenditoriale vuol dire anche sviluppare una mentalità analitica e flessibile insieme, vuol dire allenare la capacità di prendere decisioni, assumere rischi, coltivare leadership, attitudini del tutto spendibili in tanti ambiti della vita. 

Educare all’essere impresa, partendo dalla formazione d’obbligo, implicherebbe formare i giovani a un’economia attenta alla persona, all’ambiente e a principi fondamentali di cui solo la Scuola può farsi veicolo. Attualmente invece, molte delle competenze gestionali vengono apprese dalla famiglia d’origine con tradizione imprenditoriale.

Sostegni e punti di forza delle imprese under 35 

Analizzando il vademecum ragionato sugli incentivi alle imprese, messo a disposizione dal MiSe sul portale incentivi.gov.it, emerge quanto segue: i giovani imprenditori possono richiedere sovvenzioni statali. Tra queste, in sintesi e tra le più diffuse, abbiamo: “Oltre nuove Imprese a Tasso Zero”, per micro e piccole imprese composte prevalentemente o totalmente da giovani o da donne di tutte le età, con progetti di investimento che mirino a realizzare nuove iniziative o ad ampliare, diversificare o trasformare attività esistenti nei settori manifatturiero, dei servizi, del commercio e del turismo. 

Nuovo SELFIEmployment”, per finanziare l’avvio di piccole iniziative imprenditoriali, promosse da NEET, donne inattive e disoccupati di lunga durata. “Resto al Sud” un incentivo economico che sostiene le attività imprenditoriali sviluppate da soggetti con meno di 46 anni nelle regioni meridionali. Infine, “Generazione Terra”, promosso da ISMEA e dedicato ai giovani imprenditori agricoli per facilitare l’acquisto di terreni attraverso mutui agevolati. 

Il supporto economico risulta insufficiente se non è sostenuto da tutela legale, e per fare davvero la differenza sul mercato occorrono un accesso celere ai fondi – con una limitazione delle lungaggini burocratiche – nonché una rete di contatti solida, da cui trarre ispirazione virtuosa. 

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